I social, fabbrica di depressi e di malati

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“I social stanno ai rapporti interpersonali reali come i pop corn stanno alla sana alimentazione: ci si aspetta di provare gioia tra amici e ciò che in verità si ottiene è solo aria fritta”. A riferire, ormai da anni, della pericolosità di una società iperdigitalizzata, è lo psichiatra tedesco Manfred Spitzer. Nel suo ultimo saggio “Connessi e isolati” (che segue i precedenti “Demenza digitale” e “Solitudine digitale”) ci mette in guardia ancora una volta proprio sui rischi, gli effetti e le contraddizioni che nascondono i social.

“La reale funzione di Facebook, Twitter, Instagram e tutti gli altri social network è la pubblicità, il loro è un modello commerciale” e, invece di mettere in contatto le persone, come benzina gettata sul fuoco, alimentano emarginazione e insofferenza. A confermarcelo sono proprio le ricerche che Spitzer ha dedicato alla solitudine, una vera e propria malattia, con la quale inevitabilmente l’uomo d’oggi è costretto a confrontarsi. Un’epidemia silenziosa, così come dice il sottotitolo del suo libro. Un disagio profondo e diffuso a macchia d’olio da essere, in Occidente, tra le principali cause di morte.

Spitzer, intervistato da “Avvenire” su quali siano le cause della sempre maggiore diffusione della solitudine ha fatto riferimento soprattutto a due fattori quali causa principale di questo andamento. “Uno è la crescente urbanizzazione, che nel secolo scorso riguardava il trenta per cento della popolazione mondiale, mentre oggi siamo al cinquanta per cento. Sembra assurdo parlare di solitudine quando si è tra tantissima gente, ma nelle grandi città le persone non s’incontrano, si incrociano. L’urbanizzazione favorisce l’attuale tendenza alla vita da single: i matrimoni diminuiscono, si fanno pochi figli, le case sono sempre più piccole, e gli stessi miglioramenti economici favorendo l’autonomia favoriscono anche l’individualismo”.

Non si dà più valore alla comunità – continua il neuroscienziato, visiting professor a Harvard che attualmente dirige la Clinica psichiatrica e il Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm – C’è poi la mediatizzazione, non solo quella dei social, anche la vecchia tv alimenta la solitudine. Oggi i contenuti televisivi forniscono modelli sociali attribuendo la fama non a chi si distingue nei vari campi, ma semplicemente a chi fa apparizioni: ‘famous for being famous’. Questo trend si diffonde anche nell’educazione, col risultato che fin da piccoli ci si sente ‘speciali’ non sviluppando interesse per gli altri. Il narcisismo è ormai parte integrante della cultura: basta vedere la valanga di selfie che i giovani mettono in rete”.

In altre parole, l’uomo è un animale sociale. Non social. Che per stare bene ha bisogno di essere e sentirsi ben inserito in una comunità. “Questo – conclude Spitzer – non vuol dire che sia necessario stare sempre in mezzo alla gente. Basta il contatto con la natura ad alleviare la solitudine. È stato dimostrato che, ad esempio, l’osservazione della natura mette in moto il sistema nervoso parasimpatico e provoca benessere.” Ecco perché non mi resta che augurarvi di staccare lo sguardo da questo schermo e… buona passeggiata a tutti.

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