Il romanzo di una vita che è anche «storia di vita».

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Il romanzo di una vita che è anche «storia di vita». Con qualche piccolo ma insopportabile effetto collaterale… la condanna alla solitudine.

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Si sa, il racconto di una vita comporta la narrazione di tante cose: le epoche attraversate, quelle solo sfiorate, i riferimenti sociali annessi (quelli che toccano e condizionano le generazioni…), gli specifici contestuali (scrivere di Lugano non è scrivere di Parigi, o Bombay… per dire: qui si narra di Torino!) e via elencando.

Alberto Schiavone, arrivato al successo 10 anni fa con «La mischia» (uno dei migliori libri sportivi dell’anno, ha dichiarato Gianni Mura nel 2009), nel suo nuovo romanzo, «Dolcissima abitudine», si cimenta nella biografia di una donna, ci racconta la vita di Piera ma anche di Rosa. È «il mestiere più antico del mondo» a dare alla stessa persona i due diversi nomi.

Da questo particolarissimo pertugio Schiavone racconta una vita che, tutto sommato, merita di essere narrata. Perché al di là delle apparenze, dei pregiudizi e dei luoghi comuni, lo scrittore sa descrivere una situazione «in movimento» senza nascondere nulla e nel contempo senza eccedere nel pruriginoso. L’argomento di fondo è infatti un altro: la solitudine. In generale ma più ancora in particolare, perché applicato ad un figlio che fatto nascere 40 prima ma subito gli è stato tolto, e dato in affido ad una coppia sterile. Una soluzione perfetta per tutti, anche per lei che ha così potuto esercitare senza alcun vincolo parentale. Ma con il passare degli anni questo sentimento intimo si fa devastante perché inenarrabile e inconfessabile.

E allora, diciamolo, intenerisce questa signora un po’ attempata ma in splendida forma fisica che fa di tutto per incrociare suo figlio, addirittura arriva ad acquistare tutto il palazzo dove questo ragazzo diventato uomo abita. Restando sempre nell’ombra, senza mai rivelare nulla. Quindi nemmeno a lui può confidare chi si nasconde realmente dietro a Rosa perché nemmeno lui, «sangue del suo sangue» e «vero quanto unico motivo della propria esistenza», potrebbe capire. È qui c’è racchiuso tutto il peso dei segreti.

Una storia di apparentemente tranquilla esistenza si trasforma così in un’immane quotidiana fatica. I riconoscimenti ottenuti, siano di tipo economico (lei, Rosa, riesce a costruirsi una discreta fortuna) o di tipo affettivo (fare «il mestiere» non è solo prestare il proprio corpo ma anche confessare, aprirsi a segreti -sempre e solo quelli altrui!-, dispensare consigli condannati all’anonimato) saranno medaglie inutili, o false e sbagliate. Non casualmente il romanzo inizia con la scena di un funerale, contesto in cui Piera va a salutare, in tutta segretezza, il suo ultimo cliente, quello che ancora incontrava in momenti completamente platonici (e non privi di poesia, va detto). Dunque una piccola grande enciclopedia dell’incomprensione, nelle sue forme opposte (voluta e imposta) che fa da volano allo sconforto generale che anima tutto il romanzo. Con questa solitudine che paradossalmente si acuisce con l’aumento del benessere economico. Perché la profondità della vita è altrove, lontana dall’apparire e dalla categoria dell’avere.

«Dolcissima abitudine», 2019, Alberto Schiavone, Guanda, 2019, pag 252. Euro 17,00.

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