L’isola delle anime

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Un’isoletta sperduta ai confini del mondo, tre esistenze anche loro ai confini del comprendibile (della facoltà di comprendere): siamo su «L’isola delle anime» con la grandissima guida di Johanna Holmström.

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Ci sono letture che lasciano il segno. Sarà per il tema inusuale, sarà per la forza della scrittura (evocativa e precisa, profonda e nello stesso tempo «distesa» nella successione temporale), o per la capacità di portare il lettore lontano e di renderlo autenticamente partecipe. Stiamo scrivendo de «L’isola delle anime», romanzo della scrittrice finlandese, che scrive e si esprime in svedese, Johanna Holmström.

Una storia dura, durissima, che attinge a tre vicende tra di loro lontane nel tempo eppure avvinghiate l’una all’altra grazie all’affascinante quanto terribile capacità fabulatoria dell’autrice. Tre fatti realmente accaduti, studiati e sviscerati e che, grazie a una mirabile narrativa, trovano ora chiarezza, quella possibile.

Già l’inizio del romanzo è un pugno in pancia che farà male per tutto il resto del libro, e anche dopo. Racconta di una madre contadina di fine ‘800 che nell’attraversare un lago di notte su di una barchetta, stremata, svuotata e annebbiata dalla fatica, si disfa dei propri figli piccoli confondendoli per inutile zavorra. Infanticidio o blackout, gesto che va al di là di ogni possibile comprensione? Per la logica dei tempi (siamo nel 1891), non vi sono dubbi: gesto da condannare senza se e senza ma, addirittura immeritevole di indagine sulla reale dinamica dei fatti. Così quella donna viene condannata a una sorta di manicomio-prigione su di un’isola irraggiungibile, «L’isola delle anime» appunto. Su quest’isola, in cui sono esiliate le donne ritenute incurabili, conosciamo la seconda protagonista del romanzo: una giovanissima ribelle, insofferente a ogni forma di decoro familiare e sociale. Accusata di vagabondaggio, furto, rapina, possesso e uso di armi, e giudicata, per questo suo agire, meritevole solo di condanna all’esilio, lei che, per di più, è figlia di una famiglia-bene. E così anche lei viene confinata in quel manicomio sperduto, in quel luogo da «fine pena mai» (che si sappia: nessuna è infatti riuscita a tornare viva da lì). Il fil rouge che lega queste due donne, divise da più epoche storiche (sono passati 40 anni e in Europa si respira quell’ariaccia che noi sappiamo annuncia il secondo conflitto mondiale), è costituito da un’infermiera, la terza protagonista del romanzo. È lei l’unica che sa posare uno sguardo umano su queste due disperazioni che si esprimono nel mutismo e/o nella schizofrenia, è l’unica in grado di offrire una lettura diversa di queste due ammalate. E pur di adempiere a un mandato auto assegnatosi lei, l’infermiera, sceglie di restare anche con il continente dilaniato dai bombardamenti. «L’isola delle anime» si trasforma così in un lungo viaggio nel dolore e nella pazzia, percorrendo quel filo che tiene unite e divise le tre esistenze. Perché dolore e pazzia hanno un legame indissolubile con colpa e redenzione. Per la potenza della scrittura di Johanna Holmström, quel filo che tiene legate le esistenze non si limita alle storie delle tre protagoniste, e nemmeno si limita a quel luogo sperduto che incarna la condanna e l’esilio. L’abbiamo già detto: in Europa in quel momento c’è il finimondo.

«L’isola delle anime», 2019, Johanna Holmström, ed. Neri Pozza, 2019, tr. V. Gorla, pag. 363. Euro 18,00.

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