Lo sconcerto di un intellettuale ticinese

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“Il nostro cantone mi sembra avviato sulla strada quasi irreversibile di un degrado civile nutrito dallo spirito dei tempi, pilotato da gente mediocre e senza scrupoli e veicolato dai social media, che vengono spacciati come templi di democrazia e invece troppe volte non sono altro che alcove di pettegolezzi fatti di banalità e di cattiveria. Si aggiunge poi un panorama politico sconcertante, molto demagogico e orientato, non sul bene di tutti, ma sui propri interessi. Insomma, di bassa caratura. Un mondo che finge di litigare per poter stare a galla.”

Aprire il Corriere del Ticino e accorgersi di non essere noi i soli a provare rabbia e sconforto, pensando alla classe politica ticinese, un po’ ci rincuora. In un’intervista, pubblicata ieri, dal titolo “Il panorama politico è sconcertante”, Renato Martinoni, per trent’anni professore di letteratura italiana all’Università di San Gallo, si è espresso senza troppi giri di parole su quale sia il suo giudizio riguardo al Ticino di oggi e alla sua classe dirigente. Una durissima e amara analisi nella quale non mancano le critiche a partiti, social media e al quel degrado civile certo non un fenomeno esclusivo del nostro Cantone.

Pur essendo la nostra situazione, tutto sommato, meno peggio di quella di altri Paesi a noi vicini, di sicuro non risulta essere meno preoccupante e ipotizzare un’inversione di marcia è l’unico modo possibile per guardare al futuro ancora con un briciolo di speranza. “Chissà che – si augura il professor Martinoni – riunendo le forze, anche se è difficile farlo in un Paese di campanili, non si riesca a evitare il peggio. C’è ancora chi s’illude che per combattere queste derive, per educare i giovani, per formare la gente alla cittadinanza basti studiare il salmo svizzero nelle scuole. Ci vuole ben altro.”

Per esempio non guasterebbe avere sullo scacchiere qualche intellettuale in più, pronto a circoscrivere la barbarie e il degrado umano figli del presente. In questo senso, utile e preziosa è proprio la capacità di chi, con la precisione delle parole, sa restituirci quello che sente e vede intorno a sé. Ricordandoci, con sguardo lucido e disincantato, chi siamo e da dove veniamo. Ricordandoci come forse ancora possiamo sperare di recuperare punti in classifica. E proprio perché “in Ticino non è concesso criticare e chi non ha una patacca sulla giacca è indigesto” i Renato Martinoni sono necessari come lo è l’aria che respiriamo.

Così, stimolato a chiarire quali siano le caratteristiche che contraddistinguono l’essere ticinesi, il professore ha, ancora una volta, saputo cristallizzare nella sua risposta ciò che tutti noi, in fondo, ben sappiamo. “Da tanto tempo me lo chiedo. Pare che un mio bisnonno ripetesse volentieri: ‘siamo quello che siamo‘. Siamo il nostro carattere, i nostri difetti, i nostri peccati, la nostra quotidianità, la nostra storia, la nostra identità. Siamo i figli del passato. Un passato aspro che ha lasciato delle tracce. Molta durezza nel temperamento, capacità di resistere (cioè testardaggine) e di adattarsi; meno facilmente il dono di essere aperti e generosi. Nel bene e nel male.

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