Massimo Volume, parole che squadrano l’animo informe

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A metà degli anni Novanta, l’onda lunga del grunge aveva creato in Italia un movimento musicale fervido. A essere importati non erano tanto i suoni di Seattle, quanto un’idea di musica che potesse essere alternativa, spontanea e introspettiva e tuttavia non restare di nicchia: Marlene Kuntz, Afterhours, C.S.I. sono solo alcuni dei nomi che formavano la nuova scena alternativa di quel periodo, nettamente diversa dall’ “indie” che, pur valido, impazza ultimamente a livello commerciale.

Fra quelle band, ce n’è una che è rimasta sostanzialmente lontana dai riflettori dell’industria musicale, non avendo mai calcato il palco di un Sanremo o avendo passaggi radiofonici sulle maggiori emittenti nazionali, ma diventando comunque una band di culto nel panorama alternativo.

Stiamo parlando dei bolognesi Massimo Volume, e del loro capolavoro “Lungo i Bordi”, uscito nel 1995 per la storica etichetta Mescal, fondata da Luciano Ligabue e Valerio Soave.

La musica dei Massimo Volume non è per tutte le orecchie, obiettivamente: la melodia si sposta dal cantato all’elemento strumentale, un post-rock a volte quasi jazzato, a volte furiosamente distorto e comunque sempre dilatato, a creare spazi in cui si inserisce la recitazione (non il canto, che è sostanzialmente assente) di Emidio Clementi. Una sorta di narrazione cinematografica per episodi, in cui la musica orchestrata dal genio di Egle Sommacal alla chitarra fa da colonna sonora per creare l’atmosfera delle parole, o meglio, del racconto di Crementi: un’epopea urbana ed esistenziale che procede per flashback dalla memoria, riflessioni introspettive, narrazioni di vita vissuta e di angoscianti incubi. Una poesia dell’ordinario e metropolitano, senza eroi, senza idealismi, in bilico fra cupa solitudine e mal di vivere.

Le parole, dicevamo, la materia primordiale attorno a cui è costruito l’immaginario di “Lungo i Bordi”.


“Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano:/Ecco l’unico fatto che possa compensarmi/Di non essere io l’uragano.”  

declama Clementi in “Il Primo Dio”, splendido tributo allo scrittore Emanuel Carnevali, una sorta di Rimbaud nostrano, probabilmente il pezzo più bello dell’album. La musica è ossessiva, ripetitiva ma al tempo stesso ipnotica, ad accogliere immagini di miserie personali ed esistenze sofferte.  E si va avanti così, fra episodi rock che raccontano il vuoto e l’apatia del vivere (“Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata”, in “Inverno ‘85”), fiammate noise a colonna sonora di angoscianti incubi come quello di “La notte dell’11 Ottobre”:


Improvvisamente stanotte/la stanza s’è riempita dei miei amici d’infanzia/Ognuno di loro teneva con una mano/quello che restava dell’altro braccio/amputato fino al gomito/Immobili/tenevano lo sguardo rivolto verso il soffitto/la bocca spalancata/Qualcosa in quella scena sembrava accusarmi/Sono io la causa di tutto questo?/

E poi distorte descrizioni della tragedia incombente in “Fuoco Fatuo”:


La notte ho ascoltato il traffico/profondo come una sinfonia/fa pensare al nostro dentro conquistato/e poi sempre squarciato, perduto/e questa pelle attaccata alla mia pelle che stanotte dice/’Stringimi, succederà comunque, perché è questo che ci aspetta’/,

E ancora, discese nella profondità della sessualità morbosa  come quella di “Meglio di uno specchio”:


“Voglio essere il tuo specchio”, lei dice/e apre la borsetta da cui tira fuori uno specchietto per il trucco/Se lo mette di fronte/e mentre fa passare lo specchio sul corpo di lui/lo specchio riflette la sua immagine/”Questa è la tua faccia”, dice/”Questo è il tuo petto”, dice/Visto?/Non sono meglio di uno specchio?

O squarci e scorci di periferia urbana (“Pizza Express”), o il breve e tagliente frammento di angoscia esistenziale in “Per Farcela”:


“‘Ho ucciso molti uomini’, mi hai detto/’E’ come se lo avessi fatto/e non averlo fatto è stato proprio come averlo fatto/Tu non sai di cosa sto parlando/ma è così che finirà/un giorno/improvvisamente‘”

È difficile parlare dei Massimo Volume senza un massiccio dispiegamento di citazioni, perché nella loro opera le parole sono davvero tutto, racchiudono il senso dell’esperienza musicale della band bolognese, di cui “Lungo i Bordi” è l’apice compositivo. Un disco da ascoltare più volte, per rendersi conto dell’abisso in cui, salvo rare eccezioni, è precipitata la scrittura musicale italiana, e per ritrovare rari squarci di poesia.

La copertina

Tracklist:

  1. Il Primo Dio
  2. Il Tempo Scorre Lungo I Bordi
  3. Inverno ’85
  4. Frammento 1
  5. La Notte Dell’11 Ottobre
  6. Fuoco Fatuo
  7. Per Farcela
  8. Meglio Di Uno Specchio
  9. Pizza Express
  10. Da Qui
  11. Nessun Ricordo
  12. Ravenna

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