Quando non si scherza con le armi da fuoco

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Che un bambino di quinta elementare arrivi a scuola con una pistola vera, non una giocattolo, è notizia di qualche giorno fa. Del resto, quando si è ancora piccoli, prima o poi può capitare di ficcarsi in un qualche guaio, pure grosso, solo perché non si è ancora del tutto capaci di maneggiare la realtà. Figuriamoci poi quando di mezzo c’è un’arma e quella che si sta sottovalutando è la sua reale pericolosità. Ma se sei un adulto? Come diavolo mi giustifichi il fatto che, a tifare per la tua squadra, ci vai con un fucile d’assalto?

Ieri pomeriggio, la polizia, allo stadio di Cornaredo, ha fermato un tifoso dello Young Boys che probabilmente, chissà, nello zainetto o forse addirittura a tracolla aveva con sé un Fass 90. Cosa ci volesse fare e perché se lo fosse portato allo stadio non sappiamo dirvelo. Ma quel che è certo è che il tizio fermato non aveva dieci anni. Anzi. Si è trattato di un graduato dell’esercito che, dopo il fermo e il successivo sequestro del fucile, è stato rilasciato.

Entrambi gli episodi si sono verificati a Lugano. Nel giro di pochi giorni di distanza uno dall’altro. E in entrambi i casi ci siamo trovati di fronte ad armi che, né in una classe scolastica, né allo stadio, dovrebbero circolare. Eppure la realtà dei fatti è ben altra. La fascinazione delle armi in generale è cosa nota. In fondo, chi ne possiede una, ha con quell’oggetto in mano, diritto di vita o di morte di chi ha di fronte. Sta solo nel buon senso e nella ragionevolezza del singolo tenere a freno certi istinti.

Eppure proprio perché in ogni adulto si nasconde l’inconscio di un bambino, neppure degli adulti con un ferro sputafuoco in mano c’è granché da fidarsi. O, meglio, forse non di tutti. Per questo sono necessarie leggi severe, regole ferree che evitino il ripresentarsi di episodi come quelli che la cronaca di questi giorni ci ha generosamente regalato. Perché come c’insegnano i film, soprattutto quelli americani, se c’è una pistola in giro, stai sicuro che prima o poi sparerà.

Ora qualcuno potrà obiettare che il ragazzino delI’Istituto Elvetico aveva con sé una pistola scarica e proiettili incompatibili con quell’arma. Oppure che a portare allo stadio il fucile c’era un professionista del nostro esercito. Fatto sta che in entrambi i casi si è agito con una leggerezza tanto grave da rischiare di pagarla molto cara. Soprattutto nel primo caso. Come peraltro la cronaca ci suggerisce. Due settimane fa, una mamma incinta di otto mesi, è stata colpita in pieno volto da un proiettile. A spararle in maniera non intenzionale, probabilmente per gioco, il figlio di 4 anni che aveva trovato la pistola carica e con la sicura sollevata, fra le pieghe del letto. È successo nello Stato di Washington. Ecco. Evitiamo che una cosa del genere possa accadere anche in Canton Ticino.

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