Sulla mia pelle

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Ogni tanto esce un film, e nel vederlo pensi “nel bene o nel male, la gente ne parlerà”

E la gente ne ha parlato, eccome se ne ha parlato.

La seconda opera del regista italiano Alessio Cremonini racconta l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, il giovane geometra romano morto per via delle percosse subite durante la detenzione in attesa di un processo per possesso di droga, uno dei (purtroppo molti) episodi di violenza istituzionale nella Penisola. Il ritratto di una parte d’Italia in cui l’omertà e l’abuso di potere continuano a essere una realtà, una realtà che solo un regista italiano può capire fino in fondo.

Il protagonista, interpretato da Alessandro Borghi in modo tanto realistico da essere quasi disarmante, è un riflesso dell’urbanità delle grandi città italiane, tra rapporti conflittuali con le forze dell’ordine e amicizie semplici. Percorrendo in modo fedele i fatti di cronaca, Stefano viene perquisito mentre è in auto con un amico, per poi essere portato a casa e successivamente in caserma, dove subirà un pestaggio da parte dei poliziotti, che solo recentemente sono stati condannati grazie alla perseveranza della sorella Ilaria, ad oggi una attivista di livello nella vicina Penisola.

Il film ritrae in modo struggente il turbinio di emozioni e ingiustizie che avvolgono questa storia, mostrando la disperazione di una coppia di genitori a cui viene proibito di vedere il figlio tramite i ben noti grovigli burocratici italiani, abili anche a far cadere nel vuoto tutti gli sforzi della sorella disperata.

Concedendosi un taglio documentaristico, il film si conclude con scene di vita vera, immagini di archivio di Ilaria Cucchi che manifesta tenendo in mano un cartello su cui è riprodotto il volto tumefatto del fratello – come a dire che queste cose sono successe davvero, che non ce le stiamo inventando

Cucchi, così come Rasman, Aldovarandi, i ragazzi della Diaz e diversi altri giovani italiani è stato vittima di un sistema sociale che, semplicemente, “funziona così”; un sistema dove ci si difende scambiandosi favori, contando sulla complicità dei colleghi e sul potere insito dell’autorità.

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