Teniamoci stretto il sentimento di solidarietà

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“Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere”.
Ieri sera dicevo che se un Martin Luther King ripetesse oggi in una città italiana lo storico discorso di 55 anni fa sarebbe interrotto da sberleffi e ululati. È purtroppo il frutto avvelenato di una stagione difficile, in cui l’incapacità dei governi di gestire il fenomeno delle migrazioni ha generato nuova intolleranza e la schiuma del razzismo. Su questo martella una propaganda quotidiana, che mescola falsi assoluti, deformazione di fatti, ma anche notizie vere per soffiare su quei sentimenti di ostilità.
Non si sa più cosa fare per rendere brutta e impronunciabile l’idea stessa di accoglienza. È comunista, è il tesoro di mafia capitale, è dei ricchi-che-non-sanno-cosa-siano-le-periferie, è contro la povera gente italiana, è sfigata, è imposta da Soros, è il cavallo di Troia dell’invasione, è il via libera agli stupratori neri. Discutiamo finché si vuole sulle questioni migratorie, su come gestirle e condividerle. Ma teniamoci quel che è patrimonio nostro da millenni.
Perché il sentimento di solidarietà e di accoglienza è semplicemente umano, e anche tanti italiani – in un passato non così lontano da non poter essere ricordato – chiesero rifugio, asilo, soccorso, riparo per non morire, perché la loro colpa era di esser nati nel posto “sbagliato” o di esser figli di una religione “sbagliata”. 
E anche chi voltò la testa dall’altra parte spesso era italiano, come i pochi che invece aiutavano, a rischio della vita. Io non sono mai stato né comunista né fascista, ma ho conosciuto persone perbene di destra e di sinistra, legati al culto del Duce o di Mosca, che quando ci fu da salvare qualcuno a rischio della propria vita semplicemente lo fecero. Non si chiesero se gli giovava o gli era di danno in vista di una campagna elettorale, ma se era umano o no farlo. Era invece un vanto dei regimi – anche del nostro mussoliniano – denunciare gli episodi in cui quei cittadini “sbagliati” venivano accusati di qualcosa, come emblemi di una razza da cacciare. Quel che ci testimonia Liliana Segre zittisce ogni odiatore, a parte i vili che si nascondono dietro nomi e profili finti sui social: cerchiamo di tenercelo stretto

Enrico Mentana

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