URC: la risposta del collocatore

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Carlo (nome di fantasia) fa il collocatore, e vuole rispondere a un nostro recente articolo (leggi qui) in cui una signora disoccupata di 50 anni si lamentava degli URC. Gli diamo volentieri la parola perché il dialogo in questi casi è la cosa migliore che possa capitare per risolvere e sviscerare problemi.

Carlo scrive: “Ho letto con attenzione l’articolo sugli URC e non posso che dispiacermene.

Mi dispiace che una parte di noi consulenti abbia un comportamento del genere, al di là poi che magari le parole dette non siano state interpretate in maniera corretta dall’assicurata, resta il fatto che si è sentita offesa e questo lo capisco. Fare il “collocatore” è il mio lavoro e il vostro articolo non è tenero (forse a giusta ragione) ma mi sembra che cada negli stereotipi di chi sono i collocatori, quanto lo fanno buona parte della gente comune.

Fra l’altro, parte delle proposte che facevate nel 2014 (leggi qui), sono esattamente le cose che noi dobbiamo fare e per le quali siamo bellamente insultati sui social media.”

Comprensibile la frustrazione di Carlo, che, come ci racconta, fa con passione il suo lavoro. Carlo ci fa anche alcuni esempi:

“…Vorrei tanto che partecipaste a qualcuno dei miei colloqui e vedeste come reagiscono taluni quando gli viene proposto un corso finalizzato ad aiutarli.

Non voglio difendere la categoria, ma francamente sono un po’stufo di vedere solo commenti accusatori e molto, molto, molto raramente dei complimenti.

Perché il nostro lavoro è anche quello di stimolare la gente: qualcuno lo sa fare bene, altri meno bene, alcuni col sedere, lo ammetto.

Ma veramente pochi sono quelli che lo fanno con la cattiveria che qualcuno ci vuole dipingere addosso. Sarebbe come dire che tutti i disoccupati sono dei fannulloni…

… la colpa dei pochi non deve ricadere sui tutti!

Scusate lo sfogo, ma io il mio lavoro lo faccio con amore e con passione, perché a me piace aiutare gli altri, e mi arrabbio quando vedo che si fa di tutta l’erba un fascio!

E sicuramente potrete trovare anche dei miei assicurati che parlano male di me, come quell’educatrice che mi ha accusato, davanti al mio superiore, di parlare dei miei problemi invece che risolvere i suoi, senza capire che se io parlavo di cose mie, era per entrare in sintonia creando empatia.

E se un’educatrice non capisce cos’è l’empatia, francamente vi lascio immaginare come faccia a trovare un lavoro.

Per correttezza ho chiesto che le fosse assegnata un’altra consulente che fosse più “professionale”, come da lei richiesto. Morale: dopo aver incontrato la collega più professionale, ha detto “Ma il signor Carlo era diverso…”

Oppure vi potrei raccontare di quella signora alla quale ho detto che aveva fatto bene a rivolgersi a negozi di una certa classe, visto il suo rango e la sua età, e che l’avrei vista male a lavorare alla Manor, al reparto Yes or No, dove i ragazzini non avrebbero apprezzato la sua competenze e capacità

Voleva essere un complimento

Morale: è andata in giro a dire che l’avevo trattata da vecchia rimbambita e a nulla sono valse le mie scuse e anni dopo ho saputo che suo figlio parlava ancora male di me.”

Carlo si scusa con noi per lo sfogo e ci saluta. Da parte nostra c’è il piacere di avere ascoltato due storie che in fondo ci hanno fatto capire ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che quello della disoccupazione è un problema serio e delicato. Siamo certi che molte persone fanno del loro meglio, è altresì vero che i disoccupati vivono un periodo di disagio e angoscia che non li dispone bene nei confronti dei collocatori. Lo Stato perciò deve e può fare di più. Soprattutto ora che i soldi ci sono.

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