Il piccolo delfino condannato a morte

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La vaquita è un piccolo cetaceo lungo poco più di un metro, lo chiamano anche delfino panda, per la zona scura intorno agli occhi che lo rende così tenero e simpatico. Ora lo sapete, lo avete letto sui media. La vaquita sta per estinguersi.

Questione di pochi mesi, e questo piccolo delfino endemico del Golfo del Messico scomparirà per sempre. Dirà addio, bye bye, è stato bello e grazie per il pesce.

Ci fa più impressione, questa ennesima dipartita, perché la vaquita non è un pesce ma un mammifero e perché è un cetaceo grazioso, minuscolo e rotondetto, dallo sguardo gentile e vellutato.

Si, siamo onesti, ci agitiamo di meno per la scomparsa di un verme abissale che per quella di un koala, siamo tristemente umani e mammiferi e riconosciamo nelle altre specie del nostro ordine quei segnali che evocano tenerezza e protezione, quelle caratteristiche che ci impongono anche di proteggere la nostra prole.

Non abbastanza, però, da preoccuparci per questo piccolo cetaceo, che ha i giorni contati e le cui poche decine di esemplari finiranno uccise dai pescatori di frodo in pochi mesi.

La vaquita è più di un piccolo delfino, è il simbolo del disastro ecologico che la nostra specie sta perpetrando, è il segnale amaro dell’incapacità umana di fermarsi di fronte alla distruzione definitiva.

La pesca di frodo per assurdo non colpisce direttamente il delfino, che è inconsapevole vittima della pesca a un altro pesce raro, che è importante per la medicina cinese e le cui frattaglie vanno via per chissà quante centinaia di dollari al chilo.

Sono colpevoli i pescatori messicani? Si, perché stanno distruggendo il loro mare e anche le loro fonti di sostentamento, no, perché spesso la miseria e la preoccupazione per i propri figli mettono in secondo piano l’estinzione dei gorilla, dei rinoceronti o della vaquita.

Siamo di fronte allora a una tragedia annunciata, resa ancora più acuta e stridente dalle grida dei nostri ragazzi per il clima, per questo pianeta ferito che ancora ci sopporta. L’ennesima estinzione di una specie, si somma alle altre centinaia e migliaia che abbiamo distrutto negli ultimi decenni.

E l’addio di questo meraviglioso mammifero, ci ricorda che non siamo più una specie come le altre, ma il peggiore disastro ecologico che poteva capitare al pianeta e a noi stessi.

La vaquita ci inchioda alle nostre responsabilità, ci avvisa inconsapevole della sua fine come specie che qualcosa di immensamente sbagliato sta succedendo.

Fino ad oggi l’uomo distruttore ha censito due milioni di specie di animali e vegetali, ma altre decine di milioni svolazzano per le foreste del Borneo o nuotano negli abissi marini, specie che ancora non conosciamo e che forse non conosceremo mai. Di quelle specie, decine di migliaia sono state cancellate o ne sono in procinto. Il leopardo dell’Amur, con 70 esemplari, ma anche specie che conosciamo meglio, come l’orso marsicano, il gipeto barbuto, il panda pigmeo e tante altre.

È tardi per chiedere scusa al mondo, ma fermarsi è possibile. Nuove consapevolezze, nuove leggi, nuovi modi di vedere il mondo che ci circonda non sono un’opzione ma un imperativo. Il punto di non ritorno è vicino e noi, come un moderno Sansone, stiamo per fare crollare tutto il tempio sulla nostra testa.

Se qualcosa si muove nel fondo del nostro stomaco mammifero, se qualcosa si incrina nei nostri cuori di animali, lo dobbiamo oggi a quel piccolo delfino, che con la sua fine ci obbliga ad aprire gli occhi. Facciamo davvero che la sua fine non sia stata inutile? Lo facciamo davvero? Cerchiamo di cambiare il nostro modo distruttivo di esistere? Lo facciamo per noi stessi e per gli altri esseri viventi?

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