Algeria nel caos

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In Algeria, il Paese piu’ grande del continente africano, sta regnando il caos. Dal 22 febbraio scorso migliaia di algerini di tutti i ceti sociali, culturali ed economici sono scesi nelle piazze e nelle strade di Algeri e delle province del Paese, contro la candidatura, per un quinto mandato, dell’ottantaduenne Abdelaziz Bouteflika.

Manifestano soprattutto per il suo insopportabile immobilismo dovuto a precarie condizioni di salute, Bouteflika è infatti inchiodato su una sedia a rotelle ed è attualmente ricoverato a Ginevra.

Lo slogan intorno al quale si raccolgono i manifestanti è: “ No al quinto mandato – Bouteflika deve andare via “. Il potente capo dello stato maggiore, il generale Gaid Salah, si è già espresso a sostegno del presidente, come se volesse rassicurarlo sul fatto che non ci sarà alcun colpo di Stato.

La scena politica e sociale algerina è sempre stata una delle più calde nel sud Mediterraneo. Il Paese sin dai primi anni di indipendenza, ottenuta nel 1962 dai francesi dopo 7 anni di durissima guerra pagata con un milione di morti su 9 milioni di abitanti, non è mai stato tranquillo.

Il primo governo post indipendenza di Ben Bella, autocratico, viene travolto e destituito da Boumédiène con un colpo di Stato, in quella che si potrebbe chiamare una dittatura illuminata. Boumédiène se da un lato sospende le libertà politiche e di espressione, dall’altra getta le basi per la costruzione di scuole, sviluppa sanità, energia e agricoltura; nel 1976 introduce la carica di presidente della repubblica, approvata tramite referendum. In campo internazionale prosegue una politica di non allineamento, tenendo buoni rapporti con il blocco sovietico. In politica economica segue una via di sviluppo non capitalistica.

Boumédiène aveva a cuore l’interesse del Paese, ma non si può fare del bene con il male; per mantenere il suo potere incrementa la libertà d’azione dei militari, chiude gli occhi sui misfatti di chi gli mostra fedeltà e organizza una rete capillare di controllo della società.

Nel 1988 tutto il sistema da lui creato collassa, Boumédiène muore un anno dopo, molto probabilmente avvelenato.

Il Paese entra così in una fase travagliata e gli eventi segnano l’apertura della politica e dell’economia; la costituzione cambia e decine di partiti si registrano per le nuove elezioni. I due partiti maggiori entrano in uno scontro frontale: il FLN (Fronte della Liberazione Nazionale) e il FIS (Fronte Islamico di Salvezza), che ambisce alla vittoria. Nel dicembre del 1991 il FIS stravince le prime elezione libere della storia del Paese e nel gennaio 1992 l’esercito prende il potere con un colpo di Stato.

L’immediata reazione degli islamisti al golpe è la formazione di un movimento armato, dedito alla guerriglia e al terrorismo; seguono 7 anni di guerra civile con centinaia di migliaia di vittime; il terrore è presente su tutto il territorio. I settori produttivi girano a meno del 20% della loro capacità, le terre agricole vengono abbandonate, l’edilizia è quasi ferma.

È chiaro che bisognava trovare delle soluzioni politiche; larghe parti del potere si organizzano e nel 1999 arrivano i primi accordi, grazie anche alla mediazione della comunità di Sant’Egidio, e con essa di Bouteflika. Nessuna inchiesta e nessun processo per i numerosi crimini contro l’umanità commessi da entrambi gli antagonisti, in cambio del rientro delle multinazionali per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas.

Bouteflika, durante il primo mandato, da outsider, costruisce il suo clan fatto da famigliari, parenti, amici e complici di vita e di politica, rafforzando il suo potere. Grazie all’aumento del prezzo del greggio riesce a eliminare ogni forma di opposizione e manda in pensione i potentissimi generali degli anni 90; riesce persino a cambiare la costituzione e fare ben 4 mandati al posto di due.

Poco prima di ripresentarsi per il quarto mandato, nel 2013, subisce un ictus, che negli anni, nonostante le costosissime cure negli ospedali francesi e nelle cliniche private svizzere, ha fatto via via peggiorare il suo stato di salute. Ad oggi Bouteflika non è più in grado né di esprimersi e né di muoversi.

L’economia algerina oggi è fortemente dipendente dall’esportazione degli idrocarburi, e anche il potere dell’ottantaduenne presidente dipende dal petrolio, sceso da 110 dollari al barile a 60 dollari. Il crollo delle entrate corrisponde a quello degli equilibri politici, costruiti su notevoli elargizioni salariali ai compiacenti seguaci. E’ evidente che l’Algeria ha bisogno di una svolta politica, ma nel clan del presidente non c’è nessuno che possa sostituirlo, e nell’illusione di mantenere il potere, all’ombra di una quercia oramai crollata, hanno osato candidarlo per un quinto mandato.

Un’Algeria instabile è una bomba a orologeria che potrebbe mettere a rischio l’Europa da un punto di vista energetico e della sicurezza, perché il Paese, per la sua posizione geografica e per la ricchezza del sottosuolo, è terreno ideale per i miliziani jihadisti in fuga dai teatri mediorientali. Già dal 2015, l’ISIS sta realizzando un sistema di alleanze con gruppi combattenti islamici locali, la Fratellanza Musulmana, inoltre con le coste libiche controllate, i trafficanti cercheranno nuovi lidi per far partire i propri barconi.

Una transizione non controllata aprirebbe le pagine di un copione già visto: instabilità, conflitti interni, porosità dei confini con tutti i conseguenti problemi legati alle infiltrazioni dei tagliagole dell’ISIS.

I giovani algerini meritano un presente e un futuro; un cambio di regime mal gestito rischierebbe di essere il loro peggiore nemico e una spina nel fianco per l’Italia e per l’Europa in generale.

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