Amore, rispetto, consenso

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Di

Germania: religione cristiana 
India: buddismo cinese 
Kenya: religione musulmana 
Comunità ebraica 
Giappone: non saprei identificare una vera e propria religione, se non una venerazione del pene in contrasto con la volgarità della vagina

Questi sono i luoghi e le religioni attraverso cui ci ha portato ieri il film documentario “female pleasure”. Tra le parole ricorrenti per tutta la durata: tabù, stupro, aggressione sessuale.

In Germania abbiamo conosciuto una donna che quando viveva all’Opera per diventare suora è stata ripetutamente violentata da uno e poi due preti a lei superiori. Dopo tante sofferenze ne ha parlato con la suora superiora, che l’ha prima sgridata e poi perdonata. Era colpa sua.  
In India i matrimoni sono per la maggioranza ancora forzati, le donne considerati oggetti. Le statistiche parlano di 1 stupro ogni 2 ore, ma non sono reati perché gli uomini sono fatti così e non possono essere puniti per questo. Concettualmente le donne andrebbero rispettate, ma sono le tradizioni (violenza e sfruttamento) quelle che ti permettono di creare rapporti duratori e buone famiglie.  
In molti Paesi africani, ma non solo, viene praticata la circoncisione genitale alle bambine. Si tratta di un’aggressione sessuale sulle bambine. Clitoride, piccole e grandi labbra vengono tagliate via e quel che rimane viene cucito lasciando soltanto un piccolo buco. Quando poi queste donne hanno una gravidanza la vivono come un incubo perché il loro corpo continua a soffrire di terribili flash back di questa esperienza. 
All’interno delle comunità ebraiche invece abbiamo di nuovo i matrimoni forzati, ragazze che sposano sconosciuti e sono obbligate e soddisfarli in tutto. Un essere impuro e inferiore, quando la donna ha le mestruazioni non ha il permesso di toccare suo marito, per non rendere impuro anche lui. La nostra meravigliosa protagonista si è ribellata, ha studiato e ha lasciato la comunità insieme al suo bambino, sui giornali ebraici della comunità veniva additata come una nazista. 
In Giappone, infine, la vagina è considerata un’oscenità e un tabù. Non si parla della vagina, fa schifo. Invece il pene è sacro, divino, il pene va bene. La pornografia (ma non solo in Giappone, direi ovunque) è molto violenta e non considera la donna se non come lo strumento che l’uomo può vezzeggiare e usare a suo piacimento per provare piacere. Il piacere della donna non conta, il fatto che lei possa provare dolore non importa. La meravigliosa artista di Tokyo rompe questo tabù e raffigura la vagina. Fa letteralmente un calco della sua vagina per usarlo poi all’interno delle sue creazioni, costruisce anche una canoa con la forma della sua vagina.

Tutto il documentario è stato denso di significato e riflessioni, sono una donna e ho provato molta empatia per queste donne che non sono libere, che non sono padrone del loro corpo, della loro sessualità e nemmeno della loro vita. Uomo padrone, società patriarcali. Ma siamo sicuri che tutto ciò non ci appartenga? 
Prima di tutto, se anche solo una donna nel mondo subisce violenze di qualsiasi tipo è un problema che tocca tutte noi. Ma viviamo ugualmente in una società dove 3 giudici donne hanno assolto 2 stupratori uomini perché la vittima era considerata troppo brutta, troppo brutta per essere stuprata. In molte famiglie è ancora l’uomo che comanda. Per le nostre strade le donne sono ancora giudicate per come si vestono. 
Ma soprattutto, una cosa mi ha tristemente colpita. E lo dico senza vergogna e senza paura. Molte donne in sala ieri sera ridevano. Per noi è normale pensare di avere una vagina, una clitoride, andiamo dal ginecologo una volta all’anno e ci spiega com’è e se va tutto bene. Abbiamo le mestruazioni una volta al mese e non ci vergognamo di fare la coda in cassa con gli assorbenti. Apriamo i libri di biologia e vediamo come siamo fatte. Al nostro partner in linea di massima possiamo dire cosa ci piace e cosa no. In Giappone questa artista ha rischiato la prigione ed è stata comunque condannata per oscenità per aver raffigurato la vagina: organo genitale del corpo delle donne. Non ha fatto tutto quel che ha fatto per gioco o per noia o per mancanza di idee per la sua arte. L’ha fatto perché è una guerriera, per sfidare il tabù, per liberare le donne della sua società e del mondo dal preconcetto di non essere libere, di appartenere a qualcun altro, di dover essere bamboline belle e ubbidienti pronte all’uso e consumo di parte di un uomo.

Non c’è niente da ridere! Niente! Rendiamoci conto di quanto siamo fortunate ad aver avuto le donne prima di noi che hanno già combattuto queste lotte per noi, ad averci insegnato che siamo libere di scegliere, proprietarie uniche del nostro corpo, che se qualcosa non ci va bene o ci fa sentire violate possiamo dirlo e troveremo qualcuno che ci ascolterà. Non c’è niente da ridere, anzi c’è da picchiare i pugni e andare avanti a lottare con e per queste donne che ancora devono rompere molte barriere, che mettono in secondo piano la loro incolumità per portare questo messaggio a chi, come loro in passato, oggi rischia di subire gli stessi abusi.

Il 2019 è un anno importante in Svizzera per la parità e le rivendicazioni femminili. Non pensiamo soltanto allo stipendio e alle pari opportunità, dobbiamo essere solidali con tutte le donne di tutto il mondo, essere coscienti delle loro battaglie e lottare con loro e per loro. Non ridiamo di fronte al calco di una vagina, ma cerchiamo di capire perché c’è ancora bisogno di creare una vagina in 3D e sbatterla in faccia al mondo. Esistiamo, siamo esseri umani e non inferiori a nessun altro. Il nostro corpo è soltanto nostro e nessuno può decidere di tagliarci la vagina, di abusare di noi, di forzarci in matrimoni e rapporti sessuali. Finché ci sarà anche solo una donna al mondo a dover subire tutto questo, la nostra battaglia non sarà finita.

Amore, rispetto e CONSENSO!

Marta David

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