Blade Runner 2049

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Molti di voi, probabilmente, hanno visto il primo Blade Runner, di Ridley Scott nel 1982. Uno di quei film che definire è difficile e che finisce per rendere qualsiasi pellicola simile un film “alla Blade Runner”.

Data la pesante eredità storica e artistica che ha lasciato il primo film, l’annuncio di un sequel nel 2017 ha destato critiche e scalpore ancora prima che qualcuno ne vedesse una sola scena. D’altra parte, come per i nuovi episodi di Star Wars, non è affatto facile riuscire a ridestare emozioni e nostalgie che che colsero il pubblico trent’anni fa.

In una recensione normale, inizierei con un breve sunto della trama, ma in questo caso sarebbe un vero peccato farlo. Se vi privassi del piacere di scoprirla, rischierei serie ripercussioni.

Il film si svolge in ciò che posso descrivere solo come una smisurata scacchiera, in cui ogni silenzio, pausa, inquadratura a vuoto e dialogo sono soppesati con grande attenzione, seguendo i dettami di una scienza del cinema che a tratti sembra ricordare i tempi lunghi dei film di Kurosawa. Gli ambienti e le infrastrutture sociali che popolano il film, sono costruiti ad arte e riescono a rendere perfettamente la natura dei dubbi e delle controversie che vanno a costruire l’anima della vicenda.

Parte di questo successo visivo è dovuto in gran parte al superbo uso della fotografia da parte del britannico Roger Deakins, nominato per ben 18 volte agli Oscar, e vincitore proprio con questa pellicola l’anno scorso. La fotografia è una scienza, e in questo lungometraggio se ne percepiscono gli effetti. L’uso dei colori e delle loro proprietà emotive è magistrale, così come lo è la composizione delle scene, altrettanto in grado di suggerire silenziosamente l’atmosfera.

Nonostante i molti meriti di questa pellicola, la perfezione purtroppo non esiste. Le tempistiche di Blade Runner mal si adattano ai ritmi del cinema moderno, confondendo spesso uno spettatore che vede lunghe sequenze per presentare un solo elemento di trama, e rapidi scambi di parole e dialoghi, gesti e sguardi per esprimere concetti a cui normalmente si dedicherebbe una sola scena. Le atmosfere cupe del primo film sono presenti, così come lo sono gli elementi narrativi perfettamente associati alla fotografia di cui sopra ma pur essendo un ottimo film, Blade runner 2049 soffre della stessa sorte di molti altri sequel di film cult: non sarà mai come l’originale.

Harrison Ford, nei panni di Rick Deckard rimane così incontrastata e malinconica icona di una pellicola che raramente come altre ha portato avanti l’immagine di un futuro tragicamente credibile. Il seppur bravo Ryan Gosling, non riesce perciò nell’improba sfida di scalzare dalla storia del cinema il rivale, che rimane nell’immaginario collettivo, l’unico e insostituibile cacciatore di replicanti.

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