Carnevale: la vergogna di Re Sbröja

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Non bastavano i soliti proclami leghisti da osteria. Ci si doveva mettere anche il re del carnevale della più grande città del Ticino, Re Sbröja di Lugano, a farci vergognare per l’ennesima volta. A farci rimpiangere che uno con idee così cretine abbia sostituito, anche solo temporaneamente il più mite Borradori.

Sì, vergognare, perché a prescindere da idee e preferenze alimentari, facciamo l’ennesima figura da paesino tignoso, razzista e provinciale. Perché l’appello di Re Sbröja, al secolo Peter Artho (patrizio di Corticiasca come direbbero loro), membro di Gastrosuisse e gestore del Roccabella a Gandria, oltre che candidato per la Lega alle elezioni comunali del 2013, fa veramente pena.

L’ allocuzione del re la troviamo sul giornalino di carnevale:

“Non vorremmo che in nome del politicamente corretto, la tradizionale risottata e le caratteristiche luganighe Sbroja fossero sostituite da pietanze esotiche: couscous e kebab e che in fatto di travestimenti carnascialeschi, ci obbligasse a vestire burka, niqab, abaya e affini”.

Come fanno notare alcuni media, una frase che di satirico e carnascialesco ha ben poco. Una frase inutile, razzista e stupida, visto che come al solito paventa invasioni che non esistono e mette all’indice anche durante il carnevale, che dovrebbe essere un momento di allegria per tutti, un’intera comunità. Una categoria di persone che si sente sempre più messa all’angolo e discriminata oltre che odiata. La loro colpa? Non si sa, lavorano con noi, vivono con noi, molti di loro sono anche svizzeri e i loro figli vanno a scuola con i nostri, ma sono di serie B. Oggi tocca a loro, come prima agli slavi e ancora prima agli italiani.

Ré Sbröja, ristoratore da popolicchio che magari vede nel cibo d’asporto di tradizione mediorientale un concorrente ai suoi brasati, ha dato un pessimo esempio, non solo ai luganesi, ma al Ticino tutto. Certe frasi discriminatorie e stupide alla vigilia di un carnevale ammantano di amarezza e tristezza tutta la manifestazione. Ma il signor Artho, invece di tacere o scusarsi, non contento e interpellato dal Corriere del Ticino, rincara la dose:

“Non penso sia una frase razzista, anche perché loro sono più razzisti di noi. Quelli del kebab penso arrivino qui senza la volontà di adattarsi a noi e ai nostri usi e costumi. Comunque, intendevo dire che, durante il carnevale, bisogna mangiare i nostri prodotti classici e invece adesso la festa è diventata un po’ di tutti e ci sono diverse pietanze non nostrane”.

…”Quelli del kebab”, il re nemmeno ha il coraggio di nominarli. La festa è un po’ di tutti, anche un limitato regnante come Sbröja riesce ad arrivarci. Artho dimostra così realmente una pochezza di pensiero, una miseria di intenti che sono patetiche anche per un ruolo leggero come quello del re di un carnevale.

Alla fine a noi rimane il bellinzonese Re Rabadan, che perlomeno fa il re del carnevale e non si lancia in discussioni politiche pretestuose e stupide, dando inconsapevolmente una lezione al collega luganese su come si governa un carnevale, una festa di tutti e per tutti, dove i pregiudizi non dovrebbero dare fiato alle trombe della demenzialità, anche se si è circondati da giullari e pagliacci.

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