Dal gotico al pop, 40 anni di Cure

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Cupi e oscuri agli esordi, pop ed eclettici in seguito, i Cure festeggiano quest’anno i loro 40 anni di carriera. All’annuncio di un paio di mesi fa di un nuovo disco in arrivo a brevissimo, seguirà un tour mondiale che toccherà anche la vicina Italia, con la data del 16 Giugno a Firenze Rock.

I Cure nascono dalla mente complessa e geniale di Robert Smith, l’uomo simbolo della band e di un intero immaginario gotico moderno, seppur un po’ diluito negli anni rispetto agli inizi. Dopo l’esordio “giovanilistico” di Three Imaginary Boys, l’influenza dei già affermati Joy Division diventa fondamentale nel suono e nelle atmosfere della band, che spoglia il punk della sua violenza sonora e politica per farne un glaciale e spesso claustrofobico sostegno sonoro ai testi che diventano introspettivi, esprimono l’angoscia esistenziale e il mal di vivere di Smith. La triade di album “Seventeen Seconds”, “Faith” e soprattutto “Pornography” è il capolavoro del gotico moderno, un viaggio in oscure foreste da incubo, grigie periferie industriali e gelidi corridoi, il tutto condito dalla voce a tratti malinconica, altri apertamente disperata del frontman, che canta incubi notturni (“Suddenly I stop/But I know it’s too late/I’m lost in a forest/All alone”, A Forest), angosce per lo scorrere del tempo e l’invecchiamento (Further we go/And older we grow/The more we know/The less we show, Primary) e visioni apocalittiche di guerra e morte (“Meet my mother…/But the fear takes hold/Creeping up the stairs in the dark/Waiting for the death blow” One Hundred Years”).

E poi, quando pensi che non c’è speranza, che forse finirà come Ian Curtis, arriva la sorpresa, le sonorità pop, i synth e le melodie carine di Let’s go to Bed, The Walk, Lovecats: i Cure sbarcano negli anni ‘80 dando una veste nuova al synth-pop che dominerà la decade, un suono che svicola dalle derive commerciali e che mantiene una sua identità che rende arte il lavoro della band. E insieme, arrivano i continui cambi di line-up dovuti spesso a litigi interni, le minacce di scioglimento della band, gli addii e i ritorni di Robert Smith, che a un certo punto, dopo “Pornography”, dal ‘82 all’84, decide persino di andare a fare il chitarrista dei Siouxsie and the Banshees “per essere un anonimo chitarrista, vedere se era diverso essere in un’altra band”. Lullaby, Just Like Heaven, Lovesong, Close to sono perle di una produzione che ha attraversato i generi, dalla psichedelia al pop e di nuovo al dark di Disintegration, e che mai ha perso di vista lo sguardo al sè e all’autobiografia. Il tutto sintetizzato nell’iconografia di Smith, quella enorme zazzera arruffata e il volto truccato che restituiscono l’immagine del clown triste, quello che sorride, canticchia melodie accattivanti, ma in fondo all’anima è tormentato dai suoi incubi e dai suoi demoni.

E dopo 10 anni di assenza discografica, siamo qui ad aspettare e vedere, anzi, ascoltare se quei demoni sono stati intrappolati fra le note, imbrigliate nei testi di un nuovo capolavoro.

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