Dragi Radovan, benvenuto in prigione!

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Si chiude così, dopo 24 anni di indagini e udienze, con un ergastolo il processo a carico di Radovan Karadžić, ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, per crimini contro l’umanità. A Radovan non sono bastati 13 anni di latitanza per sfuggire alla Giustizia e nemmeno tutti i ricorsi presentanti sono serviti ad alleggerire la sentenza, passata da 40 anni di reclusione al massimo della pena, l’ergastolo. Oggi per l’ex politico serbo-bosniaco si chiudono definitivamente le porte del carcere, condannandolo così all’oblio, la pena più infelice per il suo ego.

Ego, la parola giusta da utilizzare per riassume appieno la vita dell’ex presidente e di tanti altri criminali che, nel conflitto degli anni ’90, hanno mostrato al mondo intero la loro vera natura assassina. Ego, quello spropositato sentimento che accresceva ad ogni villaggio arso dalle fiamme, ad ogni cadavere gettato nelle fosse. Ego, alimentato ancor oggi da tutti coloro che rivedono in quest’uomo un eroe nazionale, un modello da seguire. Ma di Radovan Karadžić cosa sappiamo veramente? Chi era prima della mattanza e per quali crimini è stato accusato? Nelle prossime righe ripercorremmo la sua vita, per mostrarvi quanto il male talvolta sappia essere banale, terribilmente banale.

Radovan nasce nel 1945 a Petnjica, un piccolo villaggio nel nord del Montenegro, da una famiglia di contadini. A sedici anni si trasferisce a Sarajevo per studiare medicina, ed è proprio nella capitale bosniaca che incontrerà le persone che, in un modo o nell’altro, influenzeranno la sua vita. A Sarajevo conosce la moglie Ljiljana Zelen, che sposa quando è ancora studente e che, grazie alla sua ricca dote, garantisce al giovane Karadžić una vita agiata. Il giovane non deve lavorare, come facevano altri suoi coetanei, per mantenersi gli studi, e nel tempo libero gli piace dilettarsi con la scrittura, definendosi egli stesso un “poeta”. Nel 1968 viene arrestato dopo una rivolta studentesca, ma a differenza di molti altri manifestanti viene rilasciato subito, si presume grazie all’intercedere della famiglia della moglie. Il possibile trattamento di favore non viene visto di buon occhio dai compagni universitari, tanto da venir cacciato dal comitato studentesco con l’accusa di essere una spia della polizia jugoslava.

Nel 1971 si laurea in psichiatria e trova lavoro in un centro di formazione di Sarajevo. Successivamente viene assunto all’ospedale cittadino di Koševo, dove per “arrotondare” rilascia su richiesta falsi certificati medici per le esenzioni dal servizio militare. Scoperto l’inganno i suoi superiori lo licenzieranno. Dopo alcune esperienze fatte a Zagabria e negli Stati Uniti Radovan torna in Bosnia dove diviene psichiatra di una delle due maggiori squadre di calcio della capitale, l’FK Sarajevo, club popolare a maggioranza musulmana. Ed è qui che il futuro carnefice del popolo bosniaco dispensa ai suoi giocatori frasi motivazionali sulla coesione e fratellanza tra varie etnie.

Nello stesso periodo conosce Momčilo Krajišnik, politico serbo e futuro presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica serba di Bosnia. I due si mettono in affari ed insieme, con la scusa di voler aprire un allevamento di pollame, chiedono un prestito alla banca statale. La somma però viene usata per costruire due ville nella località sciistica di Pale, sopra Sarajevo. I due truffatori vengono così arrestati per frode. Karadžić viene condannato a una pena di tre anni, che però non sconterà mai, in circostanze mai chiarite.

Nei successivi anni Ottanta si dà alla politica. Entra nel partito ambientalista, ma la cura dell’ambiente non fa per lui e così, nel 1989 decide di unirsi al più promettente Partito Democratico Serbo in Bosnia (SDS) su invito di una sua vecchia e influente conoscenza, Dobrica Ćosić, l’allora presidente della Repubblica Federale jugoslava. Radovan abbraccia la corrente nazionalista serba, rinata dopo la morte del suo più convinto osteggiatore, il maresciallo Tito. Bratstvo i Jedinstvo (“Fratellanza e Unità”, ovvero il motto jugoslavo) erano solo un vecchio ricordo da spazzare via, ora c’erano solo le poesie, tante composte dallo stesso Karadžić, che inneggiavano a stermini e pulizie etniche. Successivamente viene eletto deputato a Sarajevo, mentre a Belgrado i dirigenti del Partito Socialista serbo di Slobodan Milošević lo indicano come una “risorsa” utile per l’imminente inizio di una guerra.

Il 15 ottobre del 1991 viene approvata la dichiarazione di sovranità della Bosnia Erzegovina e cinque mesi più tardi, il 3 marzo 1992 il popolo bosniaco voterà a favore dell’indipendenza, tramite regolare referendum. La comunità internazionale riconoscerà ufficialmente la Bosnia Erzegovina il 6 aprile dello stesso anno, come fortemente sperato dal presidente bosniaco in carica allora, il musulmano Alija Izetbegović, il quale credeva che tale riconoscimento internazionale avrebbe evitato la guerra, cosa che, come tutti sappiamo, non avvenne.

Grazie ad un escamotage, l’abile Milošević fa confluire l’esercito jugoslavo (composto principalmente da serbi, poiché croati e sloveni si erano distaccati dalla Jugoslavia due anni prima) nel neo esercito della Republika Srpska, la regione bosniaca a maggioranza serba e contraria alla secessione dalla Jugoslavia. Un attacco diretto sarebbe stato ritenuto come un’invasione straniera a tutti gli effetti, e questo avrebbe comportato anche la mobilitazione della comunità internazionale. Al comando di questa nuova formazione viene posto Karadžić, autoproclamandosi presidente, con il consenso di Belgrado.

Milošević trasferisce segretamente nella capitale bosniaca le sue truppe e ufficiali serbi di origini bosniache. Sarajevo, oltre ad essere il capoluogo era anche il simbolo di convivenza e fratellanza fra popoli, e per questo doveva cadere, morire soffocata dal suo stesso sangue. Le truppe serbe si appostarono sulle colline attorno alla città, bombardandola giorno e notte con granate, obici e proiettili. Così inizia il più lungo assedio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Poi i paramilitari iniziarono con i rastrellamenti. In principio si trattava solo di sfratti. Le ruppe bussavano casa per casa dei civili di fede musulmana e cattolica, intimidendoli di lasciare le proprie abitazioni e di ricongiungersi con i propri “simili”, così da avere sacche di territori ridistribuiti a seconda dell’etnia-fede. E poi vennero i massacri. Chi non voleva andarsene veniva ucciso e così, i paramilitari non bussavano più alle porte, ma eseguivano delle esecuzioni e bruciavano le case. Paese dopo paese, i soldati di Karadžić lasciavano dietro di sé dolore e distruzione. La sete di sangue più persistente.  Le municipalità di Banja Luka, Bijeljina, Bosanska Krupa, Bosanski Novi, Bratunac, Brčko, Foča, Hadžići, Ilidža, Kalinovik, Ključ, Kotor Varoš, Novi Grad, Novo Sarajevo,Pale, Prijedor, Rogatica, Sanski Most, Sokolac, Trnovo, Vlasenica, Vogošća e Zvornik, vennero spazzate via.

Poi vennero gli stupri di massa, Poi vennero i campi di concentramento. Poi gli eccidi più efferati. Poi gli sfollati. Poi il caos totale.

Il 1995 è l’ultimo anno di guerra. Karadžić è a Pale, sopra Sarajevo, ed è da qui che ordina a Ratko Mladić, il comandante dell’esercito bosniaco, di ripulire il villaggio di Srebrenica dai musulmani. Queste le sue testuali parole “L’operazione deve creare una situazione di mancanza di sicurezza, deve essere così terribile che negli abitanti non deve resistere nessuna speranza di sopravvivenza o salvezza”.

Finita la guerra, il presidente dei serbi di Bosnia è ricercato per crimini contro l’umanità. Diventa latitante e assume una nuova identità. Si ricostruisce una vita alternativa, diventando un santone e promettendo ai suoi ingenui pazienti di poter curare il cancro con le sue pozioni naturali. Scrive regolarmente sul suo blog incentrato sulle cure alternative e collabora con due ospedali di Belgrado fino al suo arresto, avvenuto nel 2008.

Radovan, anche dopo l’arresto non si dirà mai pentito di quello che ha fatto e non chiederà mai perdono per i crimini commessi.

Questo è Radovan Karadžić, un discreto psichiatra, un poeta mediocre, un politico corrotto, un’abile truffatore e un efferato omicida.

Da ora in poi ho deciso che di Karadžić non parlerò mai più. Questa è l’ultima volta che le mie labbra pronunceranno il suo nome stridente, l’ultima volta che le mie mani scriveranno il nome del meschino. Ma prima di farlo, chiudendo così per sempre un cerchio, desideravo mette le cose in chiaro, mostrare a più gente possibile che questo essere oltre all’aver distrutto vite di centinaia di migliaia di persone non ha fatto altro. Non c’è niente di lodevole in lui, non c’è niente che lo elevi a un eroe.

Voglio che venga ricordato quello che è, un criminale che, a sangue freddo, ha permesso il massacro di migliaia di civili, colpevoli di pregare in modo differente da noi, da loro. Eppure anche quella era la sua gente.

Oggi, noi bosniaci, ci siamo svegliati con una ferita che non sanguina più, anche se ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che il taglio si richiuda completamente, per lasciare posto a una cicatrice cerea, il ricordo indelebile di ciò che abbiamo subito, un monito muto che ci serva a dire “non voglio che accada più”.

Buona permanenza in prigione dragi Radovan, spero che dalle sbarre della tua cella tu possa sentire che bell’aria c’è qui fuori.

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