È la donna l’aliena

Il cinema ci ha regalato, in quel 1979, una grande donna, un’icona ribelle che ha cambiato la visione del mondo femminile e che da allora creerà innumerevoli altre donne di guerra, impavide, a volte crudeli, a volte splendidamente umane. Oggi siate 1’000 Ripley, 10’000, 100’000 ribelli, perché il mondo ha disperatamente bisogno di voi.

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Era il 1979, quando Ridley Scott concludeva la sua pellicola, “Alien”, che avrebbe poi avuto numerosi sequel. Quel film, un film di mostri spaziali, figlio di un genere minore e di intrattenimento senza alcuna velleità politica, fece emergere con prepotenza due personaggi, l’alieno, magistralmente tratteggiato dalla cupa fantasia dell’artista svizzero Hans Ruedi Giger e il tenente Ellen Ripley. Del primo parleremo poco, non è il suo momento, se non come antagonista. Vera protagonista è il personaggio di Ripley, interpretato dall’altera e terrorizzata Sigourney Weaver.

Fermi tutti, non sto parlando di un film ma di un’icona. In quel 1979 cambiarono profondamente due percezioni: la visione dell’alieno, che modificherà per sempre la fisiognomica e le attitudini dei mostri spaziali nei decenni a venire, e il personaggio di Ripley, la donna combattente e amazzone, che sveste i panni dell’eroina greco-romana, per vestire quelli più letali e ancestrali della foemina ferox.

Per tutto il film Ripley, unica superstite col gatto Jones, scappa da un alieno letale e privo di emotività, fugge dalla bestia scabra con tratti di macchina, l’antitesi dell’umano. Antagonista suo malgrado Ripley è l’umanità totale, il terrore, la rabbia, il furore, che nei due sequel, iconici anch’essi (caso rarissimo) prende pienezza e consapevolezza.

Ripley, che non è una combattente, (è tenente su un vascello commerciale) nella saga cresce come donna, acquisendo consapevolezza, diventa amazzone, madre e soprattutto, diventa un’antagonista emotivamente spaventosa per l’impersonale nemico spaziale. Ripley, in quel 1979, diventa donna rivoluzionaria, emotiva, guerriera, e lo diventa in modo disperatamente umano e lacerante. Quel film ci ha regalato una donna con le sue paure e le sue debolezze, e al contempo un’individuo che anche se androgino all’aspetto, vive una profonda emotività femminile. Ripley riesce a trasformarsi, all’occorrenza, con una ferocia fuori dai confini a cui l’aveva relegata una società patriarcale lunga secoli.

Sigourney Weaver, anche nei sequel tardivi del 1986 diretti da Cameron (Aliens, scontro finale) e da Jeunet nel 1997 (Alien – la clonazione) reitera per un ventennio quella figura, tratteggiandola ancora più marcatamente. La donna che era solo combattente diventa donna di potere, condottiera suo malgrado, tragica spettatrice di tragedie che accoglie sapendo comunque di non poterle modificare.

Ripley ci insegna che le donne perdono, ma sanno accettare la sofferenza, che sono sconfitte ma trascinano con sé nella morte i loro persecutori. Ci insegna che le donne sono tra le più splendide ribelli e tra le più gigantesche condottiere, perché anche nell’uomo più becero è ottuso si forma una crepa di ammirazione e rispetto di fronte alla donna ribelle.

La donna di Ripley combatte mantenendo sempre un capello di speranza nella tragedia, si scaglia con impetuosa violenza a protezione di se stessa e di chi le è affidato. Ripley non è una donna, è una femmina nel più profondo significato che viene dato al termine biologico. Ripley è femmina di leone, di serpente, di scorpione. Ripley è materna e spaventosa, una Kali-Durga indù, che incuba dentro di sé amore e distruzione.

Ripley è un simbolo fortemente femminista e femminile, la donna che molti di noi seguirebbero nel fuoco.

Il cinema ci ha regalato, in quel 1979, una grande donna, un’icona ribelle che ha cambiato la visione del mondo femminile e che da allora creerà innumerevoli altre donne di guerra, impavide, a volte crudeli, a volte splendidamente umane. Oggi siate 1’000 Ripley, 10’000, 100’000 ribelli, perché il mondo ha disperatamente bisogno di voi.

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