Genitori stranieri e figli svizzeri: storie di ordinaria incertezza e ingiustizia

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“Un fanciullo i cui genitori risiedono in Stati diversi ha il diritto a trattenere rapporti personali e contatti diretti regolari con entrambi i genitori” così recita la convenzione internazionale per i diritti dell’infanzia, ratificata dalla Svizzera nel 1997, eppure la nostra nazione, nonostante siano passati due decenni, non garantisce ancora questo diritto. Negli anni si sono rincorse diverse storie di genitori stranieri separarti dai propri figli: racconti di madri nubili a cui, dopo aver dato alla luce un bambino di nazionalità svizzera, non viene rinnovato il permesso di dimora, oppure storie di padri espulsi perché senza lavoro oppure in assistenza. Oggi veniamo a conoscenza di un’altra testimonianza, quella di un madre che per visitare il suo bambino in Svizzera deve pagare una garanzia di 30’000 franchi.

Sono storie di ordinaria incertezza, in questo Stato dove genitori e figli, per un pungo di soldi, vengono allontanati.

Questa è solo l’ipotetico incipit di una storia che accomuna tante famiglie costrette a dividersi. Sono racconti poco conosciuti ma ogni qual volta saltano fuori, grazie a giornali o emittenti televisive, scatenano nell’opinione pubblica pareri forti e contrastanti. Storie di permessi negati a causa di ritardi da parte degli uffici competenti oppure da una linea troppo dura nei confronti di chi, dopo aver dato alla luce un figlio oppure aver perso il lavoro, non riesce a rimettersi in carreggiata, perdendo così il proprio diritto a vivere in Svizzera.

Certo, le leggi in merito all’immigrazione nel nostro Paese parlano chiaro e nascono per cercare di limitare il più possibile gli abusi da parte dei “furbetti”, però è anche vero che spesso, per colpa di uno, si vanno a colpire altre dieci persone che con intrighi e truffe non c’entrano nulla. Il nostro Cantone si è contraddistinto particolarmente in passato in quando a rigidità e, purtroppo, insensibilità a questa tematica.

Nel 2016, ricordiamolo, c’è stato in Ticino il boom delle revoche di permessi o espulsioni ingiustificate, dove a prevalere era il “danno economico” che queste famiglie miste procuravano alle casse svizzere e lo stereotipo, prodotto tipico di una classe politica ignorante ed ottusa, che dipingeva ogni straniero come potenziale ladro.

Senza tener conto del contesto economico in cui versavano queste famiglie, né tanto meno il fatto che di mezzo ci fossero dei minori, il Cantone ha agito violando la convenzione internazionale per i diritti dell’infanzia, favorendo una politica scellerata quanto incivile.

Ma grazie alla stampa (a cui, con orgoglio, abbiamo partecipato anche noi) queste ingiustizie vennero a galla e nel giro di un anno il Governo decise di fare dietrofront, decidendo così di non allontanare più genitori stranieri dai figli svizzeri solo per motivi economici.

Oggi, a distanza di tre anni da quella decisione veniamo a conoscenza, tramite L’ “Inchiesta” (Mensile di indagine e informazione diretto da Matteo Cheda) della storia di Rosa, che vive in Sudamerica, e di suo figlio Noah, rimasto in Svizzera.

Rosa è una giovane donna di origini sudamericane che per oltre tre anni non ha potuto vedere il piccolo Noah. Il motivo lascia tutti sbigottiti: la madre non può riabbracciare suo figlio perché non dispone di 30’000 franchi di garanzia per il rilascio di un visto turistico da parte dell’ambasciata svizzera.

Sì, avete capito bene: a separare Noah dalla mamma ci sono 30’000 franchi. Eppure Rosa non è una donna povera, ha studiato all’università e ha un buon lavoro, ma per lei questa cifra corrisponde al prezzo di una casa o al salario di sei anni.

“La madre è considerata famigliare solo se è a carico del figlio” spiega Lukas Rieder, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione, ai giornalisti dell’Inchiesta. “Come scritto nel Manuale dei visti (parte III, sezione 2.1) se la madre non è mantenuta dal figlio, la decisione di negare il visto è corretta”.

Ma a sbloccare questa procedura infelice potrebbe essere la famosa garanzia di cui parlavamo prima, che servirebbe come prova che la donna può sostenersi economicamente da sola per tutto il periodo in cui soggiorna in Svizzera. La “caparra” può essere fornita anche da una terza persona e così, dopo anni passati ad inviare lettere e l’aiuto del padre, è riuscita a trovare una donna olandese disposta a fare da garante per lei. Grazie alla buon anima di questa signora, Rosa è riuscita ad ottenere un visto dall’Olanda valido per tutta l’area Schengen (di cui anche noi facciamo parte) ed è volata ad Amsterdam. Dalla capitale olandese è poi entrata in Svizzera dove, dopo tanti anni e peripezie, ha potuto rivedere il suo piccolo Noah.

Una storia a lieto fine quindi, anche se lascia comunque con l’amaro in bocca. Rosa non voleva rimanere in Svizzera, né chiedere un permesso né tanto meno cercare qualche aiuto finanziario da parte della nostra Confederazione. Voleva solo poter passare un po’ di tempo con il suo bambino, niente di più.

Però per molto tempo non ha potuto, perché non sufficientemente ricca per potersi “permettere” l’abbraccio di suo figlio. Anche in questo caso la Svizzera ha preferito mettere mano al portafoglio piuttosto che al cuore o alla testa visto che pretendere da una donna sola, proveniente da un contesto geografico non molto privilegiato 30’000 franchi è insensato e – oggettivamente – inspiegabile.

Ma si sa alla fine, Madre Elvezia punisce chi davvero non ha colpa: i suo figli.

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