I mille volti della Lega – Sovranismo per essere liberi?

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I volti della Lega di Matteo Salvini sono molti e non sempre è facile dare un nome totalizzante all’insieme di valori cui il partito s’ispira. Alcuni riassumono il fenomeno in una mera e progressiva emulazione del fascismo, mentre altri lo descrivono come la prima vera forza promotrice degl’interessi italiani, in patria tanto quanto all’estero. Una questione ancora oggi piuttosto complessa, sulla quale ci si concentrerà in questo primo articolo, è quella legata al “sovranismo”, neologismo che descrive un’ideologia basata sulla riconquista della completa indipendenza nazionale, sia politica sia economica, a fronte di una perdita di libertà ritenuta ingiusta e causata da uno o più organismi sovranazionali (per l’Europa si fa spesso riferimento all’Unione, ma si può anche citare il Fondo Monetario Internazionale o l’Organizzazione Mondiale del Commercio). Nonostante a parole il discorso possa sembrare limpido, nei fatti la Lega ha invece avuto in molte occasioni atteggiamenti contradditori, che andrebbero analizzati assieme ai fattori che potrebbero, a loro volta, compromettere in partenza il mito di questo desiderio di ritorno ai singoli Stati nazionali.

La prima osservazione da fare è che la Lega nasce come movimento separatista, che ambiva all’autonomia, se non all’indipendenza, di tutte le regioni italiane nel Nord, nella zona definita, con echi napoleonici, “padana”. Con Salvini invece la formazione politica si trasforma in un movimento nazionalista, quindi non affatto escludente il Centro e il Meridione italiano, e sovranista. Già qui però le cose iniziano a scricchiolare.

Sebbene la Lega abbia teoricamente abbandonato la sua retorica antimeridionale, nei fatti si possono ancora individuare alcune rilevanti, e a volte clamorose, reminiscenze. Un esempio è la recentissima questione dell’autonomia del Veneto, per la quale un accomodamento tra governo e regione è sempre meno astratto. Le ripercussioni di un’evoluzione simile nel rapporto tra regioni e Stato non saranno molto probabilmente circoscritte solo ai territori veneziani. Questo è però sempre stato il più grande sogno della Lega Nord di Bossi, ovvero la secessione fiscale delle regioni ricche per non mantenere quelle povere, in contrasto con lo spirito di fratellanza italiano, trascendente le latitudini, che Salvini propaganda. Un’altra delle recrudescenze “nordiste” che non fanno che esasperare questa controversa situazione è una dichiarazione del ministro Bussetti. Riferendosi alla differenza tra scuole del nord e del sud aveva spiegato come il divario potesse essere recuperato non con l’incremento dei fondi destinati agli istituti del Mezzogiorno, bensì da un maggiore impegno e lavoro degl’insegnanti locali. Come se “laggiù” tutti stessero con le mani in mano in attesa degli aiuti dello Stato a spese delle regioni settentrionali, idea peraltro perfettamente in riga con le vecchie ragioni d’essere del partito secessionista, che però cozza vigorosamente contro il sentimento di coesione nazionale di cui ora la Lega tenta di farsi portavoce. È possibile che in realtà Salvini guardi al Centro e al Sud per pure ragioni elettorali, essendo quello un bacino di votanti molto ampio di cui, a lungo termine, avrà certamente sempre più bisogno per mantenere il potere. Così si spiegherebbero anche queste mosse ed uscite dei leghisti contro i nemici storici del partito, guardati ancora con diffidenza e disprezzo, ma ora generalmente tollerati per evitare di compromettere i risultati politici. Da ciò risulterebbe perfettamente illogico l’ideale sovranista che i convertiti padani vogliono realizzare, poiché l’unità d’Italia sarebbe riconosciuta per meri fini politici, non certo culturali e sociali. E come si può rendere indipendente una nazione che non viene nemmeno considerata veramente tale?

Nonostante queste incongruenze di base, la missione sovranista della Lega prende forma dalle invettive antieuropee declamate proprio da Salvini. Non è stato molti anni fa che il logo leghista recitava “Basta Euro”, che in due parole riassumeva il desiderio di scissione dei vincoli sovranazionali con l’UE sia di tipo politico sia monetario. Col tempo, anche in questo frangente si assiste ad un mutamento radicale del discorso, forse dettato dalla presa di coscienza di quei grandi problemi economici post-secessionisti: Salvini preferisce che l’UE continui ad esistere, ma che venga cambiata dall’interno in modo tale da garantire più poteri ai singoli Stati e s’impegni in una lotta implacabile all’immigrazione di massa. Nella ricerca di alleati coi quali realizzare tali propositi, il leghista stringe ufficialmente un patto di amicizia col Partito di Diritto e Giustizia polacco, celebre per il suo recentissimo e fallace tentativo di sovvertire l’indipendenza del settore giudiziario, il revisionismo storico fascistoide e la lotta contro l’emancipazione femminile. Si aggiungono inoltre tutti quei Paesi verso i quali la Lega guarda amichevolmente, come l’Ungheria di Orbán, nella quale è criminalizzato l’aiuto ai migranti e le proteste per gli straordinari schiavistici richiesti ai lavoratori sono sedate dalla polizia, e l’Austria di Hofer, il cui partito aveva riesumato un’anacronistica rivendicazione del Trentino Alto-Adige. Si tratta insomma di una coalizione dagli opinabilissimi valori etici, con l’aiuto della quale però Salvini è convinto di poter raggiungere i propri scopi.

A prescindere dall’eticità morale di dubbio valore dell’alleanza della Lega con simili forze politiche, è opportuno discorrere sul senso della stessa ai fini espressi o taciuti dal “Capitano” in ambito sovranista. Ci si trova infatti di fronte ad un bivio: o il capo del Carroccio è veramente interessato ad una cooperazione tra Stati europei, che però accetterebbe unicamente con la concessione di maggiori libertà d’azione economiche e politiche ai singoli membri, oppure sta cercando, assieme al resto dei suoi seguaci, di svuotare di senso, di annichilire irreversibilmente l’unità dell’organizzazione europea e acquisire l’agognata libertà.

Si parta dalla prima possibilità. La considerazione immediata da fare riguarda il concetto di “sovranismo” stesso in un contesto sovranazionale come quello dell’UE, dato che Salvini ha affermato di voler cambiare l’unione solo attraverso partiti di tale ideologia. Per mantenere un’unità d’intenti in un qualsivoglia accordo è inevitabile che tutte le parti debbano cedere parte delle proprie libertà individuali a favore di determinati benefici. Come si può dunque conciliare la spinta fortemente indipendentista con quella della conciliazione tra vari Stati? Pare un vero e proprio controsenso.

Se però si aggirasse tale controversia logica con l’idea che in realtà il riassetto dell’Unione sfocerà solamente in una maggiore autonomia per i singoli Stati in alcuni campi specifici, senza quindi togliere troppi ruoli primari alla sovrastruttura, in maniera tale che abbia ancora motivo di esistere, allora si potrebbero sollevare altre questioni. È importante sottolineare la natura ultranazionalista della rete di alleanze sovraniste, che potrebbe facilmente minare a lungo termine i rapporti tra Stati europei, anche se tutti appartenenti alla stessa corrente di pensiero. Proprio a causa del loro unico scopo, ovvero il risollevamento e la salvaguardia degl’interessi nazionali a qualsiasi costo, non saranno mai in grado di lavorare insieme a lungo termine. Anzi, pur di realizzare obiettivi che migliorerebbero, secondo loro, la qualità di vita dei rispettivi popoli, le singole entità sarebbero disposte a danneggiare le altre. Un esempio è la tanto discussa manovra economica italiana varata da questo governo, che ha inorridito non solo tutti quei paesi dell’UE aventi dei governi social-liberali, ma anche quei partiti che teoricamente avrebbero dovuto essere alleati della Lega sul piano ideologico, in quanto sovranisti. Le critiche più pesanti erano arrivate da Alternative für Deutschland in Germania, che aveva affermato di non voler pagare i debiti degl’italiani, e dallo stesso Hofer in Austria, il cui ministro delle finanze aveva dichiarato di essere disposto a votare in favore delle sanzioni economiche. Anche in quei campi di attività in cui i nazionalisti sono concordi nell’agire vi sono problemi di risoluzione. Nel caso della crisi dei migranti, per esempio, le uniche mosse politiche di quei governi sovranisti sono state la chiusura, talvolta militaresca, dei confini, lo scaricamento delle responsabilità d’accoglienza su tutti gli altri Paesi e l’allontanamento dei confini, delegando lo smistamento dei migranti alla Libia o la Turchia, senza alcun interesse per i campi di concentramento e le condizioni di inenarrabile miseria in cui giacciono gli esodanti nel primo dei due Paesi. Purtroppo, non cambierà assolutamente nulla in questo senso nemmeno con l’unione sovranista, anche perché la revisione degli accordi di Dublino e la ratifica del Global Compact, studiate proprio per cercare di risolvere diplomaticamente e collettivamente il problema dell’immigrazione, sono state rifiutate da queste entità politiche. E qui dovrebbe sorgere a tutti un dubbio: è possibile che il volontario rigetto di un qualsivoglia dialogo costruttivo da parte di questi partiti in tale ambito non sia stato legittimato da nient’altro che la comodità della crisi in corso, grazie alla quale è molto facile far leva sulla paura e il disagio delle persone per i propri fini politici?

Dopo aver mostrato quanto improbabile sia la longevità di un’Unione Europea governata e ristrutturata dai sovranisti, si può passare alla seconda ipotesi, ovvero quella che vede in questa coalizione nazionalista una macchinazione politica volta alla distruzione della sovrastruttura europea dall’interno. Questa possibilità è forse la più probabile, considerando l’incisività delle richieste di autonomia che vengono avanzate. I sovranisti al potere, secondo questo ragionamento, tenderanno a garantire sempre più margini di manovra ai singoli Stati a tal punto che l’organizzazione risulterà svuotata di tutte le sue facoltà sovranazionali, distruggendola di fatto. Per la felicità dei sovranisti, ciò potrebbe effettivamente accadere, dato l’appoggio elettorale attuale. Se però si pensasse di poter effettivamente gioire per la recuperata sovranità nazionale, ci si dovrebbe immediatamente fermare. Supporre che lo smantellamento dell’UE concederà una piena libertà agli ex membri è una pericolosa illusione, poiché la debolezza politica, economica e militare dei vari statarelli europei lascerà il campo completamente libero a tutte le altre superpotenze mondiali, che non aspettano altro di potersi spartire in zone d’influenza il Vecchio Continente. E questa non è un’ipotesi, è la realtà: la potenza economica dei cinesi ha già fatto cadere nelle loro mani innumerevoli nazioni africane e asiatiche, controllate per mezzo dei debiti da loro contratti, e ora, grazie alla Nuova via della Seta, la loro influenza si estende sempre più attraverso tutto il continente eurasiatico. Gli Stati Uniti hanno invece ampliato la loro presa in Europa centrale e orientale dal 1989/1991, disseminando tutto il continente (già da dopo la seconda guerra mondiale) di migliaia di basi militari, alcune delle quali ospitanti i siti dei loro missili balistici nucleari (in Romania e Polonia), e intervenendo senza sosta in Nord Africa, Medio Oriente e altre regioni dal 2001. I russi ad est cercano di riappropriarsi dei territori dell’ex Unione Sovietica con mezzi politici, stringendo i loro rapporti con Bielorussia e Armenia (dipendente da Mosca a causa dei conflitti interminabili con l’Azerbaigian sostenuto dai turchi), e militari, i cui risultati più impressionanti sono state le guerre in Georgia (che hanno dato vita agli stati de facto dell’Abkasia e dell’Ossezia del Sud) e il carnaio nel Donbass ucraino (conflitto dal quale i russi sono riusciti ad ottenere la Crimea).

Di fronte ad un tale scenario internazionale, è forse ancora possibile pensare che i singoli Stati europei siano in grado di mantenere la propria sovranità ed indipendenza nazionale, o forse è più sensato rendersi conto che la divisione in singole entità europee non porterà che alla trasformazione del continente nello scacchiere delle altre grandi potenze, delle quali i disuniti paesi diverranno vassalli? Ciò che può sembrare più assurdo, e che non fa che avvalorare l’ultima tesi, è che da Salvini l’opzione dell’asservimento ad un’altra grande potenza non è affatto nascosta, sebbene non proclamata esplicitamente. Egli è stato infatti moltissime volte a Mosca per assicurare il suo sostegno a Putin e per gettare le basi di una più stretta collaborazione. A cosa potrà mai portare un’ipotetica alleanza italo-russa senza la presenza dell’Unione Europea, se non ad una situazione di enorme minoranza di forza della penisola rispetto al gigante russo? Si guardi a quanto è oggi dipendente il Paese di Lukashenko da quello di Putin per capire fino a dove si può arrivare quando si è una nazione piccola e sola, costretta ad allearsi con qualcuno per sopravvivere.

Ciò che sarebbe più opportuno fare, a fronte delle considerazioni fatte su questo “sovranismo” sia leghista sia di altra natura, dovrebbe essere la promozione di una vera Unione Europea, una spinta che cerchi di unificare, uniformare il più possibile norme legali ed economia per tentare di raggiungere, se non una federazione, una confederazione di Stati forte, che possa tener testa a quelle forze che aspettano solo la rovina dell’Europa per potersene appropriare. Certo bisognerebbe revisionare alcuni obblighi e diritti dei membri dell’organizzazione, così come si dovrebbe accettare di veder sfumate alcune rivendicazioni d’interesse strettamente nazionale e riconciliarsi tra coloro che sono in conflitto, ma ciò porterebbe ad un grande rafforzamento generale della cultura europea nella sua totalità. Si dovrebbe provare ad immaginare un contesto politico totalmente condizionato dagli Stati Uniti, dalla Cina o dalla Russia per rendersi conto di che pericolo si sta correndo a supportare il separatismo.

Dalla fine della seconda guerra mondiale sono stati compiuti passi giganteschi e oggi la vicinanza culturale tra europei è infinitamente superiore ad allora. Tra francesi, italiani, tedeschi, spagnoli, greci, inglesi, sloveni e altri non ci si guarda più con sospetto e diffidenza per la mera diversità nazionale, perché si è capito di condividere una lunga Storia, che più e più volte si è intersecata a tal punto tra i vari popoli da renderli indissolubilmente legati, e, soprattutto, che non è un passaporto, il colore della pelle o la religione a definire una persona come “buona” o “cattiva”, ma le sue azioni. Tutti gli europei, da Lisbona a Helsinki passando per Londra e Sarajevo, dovrebbero rendersi conto della grande civiltà a cui appartengono e lottare veramente per la sua preservazione e rinascita, mettendo da parte le interminabili dispute locali, riconoscendo la lotta per l’Europa come unico grande obiettivo di sopravvivenza e prosperità. L’unico modo che avranno gli europei per essere sovrani di loro stessi, sarà unirsi.

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