Il disco della domenica: Mellon Collie and the Infinite Sadness

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Di pochi album si può dire che segnano realmente una cesura nel percorso storico-musicale di un epoca, riassumendo e superando quasi in modo dialettico tutto quello che è stato prima e preparando quello che sarà dopo. Uno di questi è senza ombra di dubbio “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, il doppio album degli Smashing Pumpkins del 1995, capolavoro della mente contorta e arrogante di Billy Corgan.

Mellon Collie (lo chiamerò così per brevità) tira le somme del ciclone grunge di metà anni ‘90, partendo dal colpo di fucile autoinflitto che brucia in una vampata Kurt Cobain e il suo male di vivere e segnando una nuova strada musicale e ideale. Al nichilismo essenziale e viscerale che spira da Seattle, Corgan e compagni, spesso amici-nemici, oppongono fin dalla prima traccia la tempesta di archi dell’epocale Tonight Tonight, che pur cantando la fine dell’adolescenza e il necessario distacco dalle precedenti sicurezze, mette via la disperazione grunge, sublimandola in una malinconia che sa tuttavia di decisa accettazione.

Ed è tutto più evidente delle tracce seguenti, a partire da Zero, col suo manifesto di elaborazione finale del lutto cobainiano: intossicato dalla follia, sono innamorato della mia tristezza. Ed è bizzarra e significativa la frase pronunciata da Homer Simpson nella puntata de I Simpsons in cui stessi Smashing Pumpkins sono ospiti: “Grazie alla vostra musica deprimente i miei figli Hanno smesso di sognare un futuro che non avrei mai potuto offrirgli”.

Perché è questo il senso di Mellon Collie: la rabbia è passata, il futuro resta quel che è, il grunge non ha avanzato nessuna rivendicazione di cambiamento politico e sociale, come fu per il punk, teniamoci quel che c’è e andiamo avanti con speranza. Ed è tutto sintetizzato nei versi della hit Bullet with Butterfly Wings:

Nonostante tutta la mia rabbia

Sono ancora come un topo in gabbia

E allora si svolta su atmosfere tardo-adolescenziali come in 1979, si oscilla fra gli ultimi fuochi di rabbia e la dolce, delicata conclusione di Take me Down.

Un viaggio dall’alba al tramonto fino alla notte stellata, l’elaborazione finale del lutto, come dicevamo, della cosiddetta Generazione X, e la consapevolezza che il dolore e la disperazione possono sfumare nella consapevole malinconia, che alla fine ciò che è stato non tornerà e che comunque resta, messo via come una vecchia foto su uno scaffale da contemplare con un sorriso e un sospiro.

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