Il PD sceglie Zingaretti, è il segnale della svolta?

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Il PD, con l’elezione tramite primarie di Nicola Zingaretti come segretario, tenta la svolta, e con una partecipazione eccezionale, quasi un milione e 700 mila votanti, e un risultato altrettanto eclatante per Zingaretti (quasi il 70% dei voti), segna, probabilmente, una rottura con il passato recente.

Presidente della Regione Lazio dal 2013 e prima ancora della Provincia di Roma, iscritto al PCI con una luminosa carriera negli organismi giovanili del PDS prima e dei DS dopo, compresa la guida della Sinistra Giovanile, e già europarlamentare, Zingaretti sembra incarnare oggi la voglia di cambiamento degli elettori del PD rispetto al renzismo che ha influenzato la vita del partito negli ultimi anni. Ed è probabilmente questo suo presentarsi come uomo delle istituzioni non compromesso con la burocrazia di partito a far pendere la bilancia degli elettori dalla sua parte piuttosto che da quella del reggente Martina e di Roberto Giachetti.

Il nuovo presidente nelle sue prime dichiarazioni pone l’accento sulla parola chiave “unità”, un’unità che il PD deve ritrovare prima di tutto al suo interno, dopo le spaccature provocate dal renzismo e le numerose scissioni, da MdP a Possibile ai transfughi in Liberi e Uguali. Perché, e questo va detto chiaramente, la strada per l’unità della sinistra italiana tutta è ancora tutta in salita: troppo netta è stata la svolta verso un liberismo tipicamente di centro-destra impressa da Renzi e dalla sua conduzione del partito, troppe le scelte politiche che, seppur in linea con un certo pragmatismo, si collocano lontane dall’alveo ideale storico della Sinistra, dal Jobs Act alla tentata riforma costituzionale. Ma anche in questo caso, il fatto che le critiche maggiori rivolte a Zingaretti siano quelle di voler riportare il PD al ‘900 e quindi verso una sinistra più radicale e meno socialdemocratica (o social-liberale, come è in voga dire ora), sembrerebbero il sintomo di un possibile ritorno del PD a essere il partito di riferimento della Sinistra italiana. Certo, non mancano neanche i dubbi da sinistra su Zingaretti, accusato di essere sostanzialmente il “nuovo per finta”, comunque schierato su posizioni analoghe a quelle del suo predecessore circa l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e autore di pesanti tagli nella sanità della Regione Lazio (peraltro, c’è da dire, ereditando la fallimentare gestione del precedente governo di centrodestra di Renata Polverini).

Ma quella che della possibile segreteria Zingaretti sembra affiorare è l’idea di un partito meno autoreferenziale, meno chiuso su posizioni rigide a volte ai limiti della presunzione, ed aperto anche verso altre istanze: in particolare, i detrattori rimproverano a Zingaretti le sue eccessive simpatie per un’eventuale apertura verso il Movimento 5 Stelle, tassativamente respinta da Martina e dai renziani. Ma ci si dimentica, forse, che fu proprio quel NIET dato più per questioni di principio che per calcolo politico (e in questo caso, sarebbe comunque un calcolo sbagliato), a spianare la strada all’alleanza di governo fra Lega e M5S e al conseguente fagocitamento dell’alleato da parte di Salvini, con tanto di previsto raddoppio dei voti.

Un PD che cambia faccia, abbandonando la linea social-liberale e riaccostandosi a tematiche e posizioni di sinistra, aperto all’esterno e non arroccato su improbabili Aventini, potrebbe tornare a interpretare un ruolo da protagonista nel contrapporsi alle indegne politiche salviniane da una parte, e recuperare quei voti di sinistra scippati dal M5S. Il fatto che a votare, oggi, non ci fossero solo militanti del PD ma anche persone comuni, desiderose di lanciare un segnale, potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione politica: una stagione in cui il populismo da una parte, il liberismo dall’altra, trovino un ostacolo molto più netto che in passato. A Milano, sabato, c’erano 250’000 persone a dire no alle politiche razziste e discriminatorie di Salvini e dei suoi accoliti: 250’000 persone che chiedono, adesso, di essere rappresentate. È un cammino difficile, ma la speranza a volte può mettere le ali, e smuovere le montagne.

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