La guerra degli uomini alle donne

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Vorremmo arrivare all’8 Marzo e raccontare di donne finalmente libere, della fine delle violenze continue, di una raggiunta parità. E invece, anche quest’anno siamo qui ad aggiornare il conto delle vittime: un paio di giorni fa, a Messina, Alessandra è stata uccisa dal fidanzato per motivazioni economiche e per gelosia, invece Fortuna (un nome tragicamente fuori posto) è stata ammazzata a Napoli dal marito con una gruccia per abiti.

È un quasi quotidiano bollettino di guerra. Perché a ben vedere è proprio di una guerra che si parla, della quale il corpo delle donne è il campo di battaglia e al tempo stesso il casus belli. E accade in Occidente, nel nostro bel mondo che sbanderiamo come civilizzato e rispettoso delle donne ogni volta che c’è da attaccare (giustamente, è bene dirlo) determinati regimi legalmente misogini.

Perché siamo così, noi. Quelli che dalle mie parti si chiamano “spassu di fora e trìulu di casa”, spasso fuori di casa, trìbolo e tormento dentro casa, pubbliche virtù e vizi privati per dirla in modo universalmente intellegibile. Il corpo delle donne è ora un trofeo da esibire per sostenere le proprie tesi quando c’è da dare addosso all’immigrato, ora invece una merce in saldo se c’è da difendere l’onore del maschio nostrano.

Siamo quelli per cui un uomo che ci sta antipatico è uno stronzo, una donna è una zoccola, una puttana: ciò che per gli uni è un vanto da bar, per le altre è un marchio d’infamia. Perché non va via l’idea che la donna sia qualcosa, e non qualcuno, da possedere e che non possa disporre invece di sè e del suo corpo come meglio crede. Perché una donna deve “uscire” le tette a comando del maschio, ma se decide di mostrare qualcosa di sè autonomamente è sicuramente in cerca di qualcuno che la stupri. Come a Napoli, dove la vittima di stupro da parte di 3 aitanti giovanotti napoletanissimi si è sentita dire dal presidente della Circumvesuviana che “deve scegliersi meglio le amicizie” Perché ovviamente, lo stupratore ce l’ha scritto in faccia di essere tale, soprattutto se arabo, africano o rumeno, magari viene anche a dirtelo al bar al primo appuntamento davanti a un Mojito: “Sai, io faccio l’avvocato, mi piace il sushi, ogni tanto stupro qualcuna ma solo se se la cercano, eh..”.

Ah, e ovviamente, se sei donna deve per forza piacerti il membro, perché se per caso, invece, ami un’altra donna ci pensano papà e mamma a metterti le cose in chiaro su ciò che ti deve piacere, a furia di botte e dell’immancabile stupro. In famiglia, quella tradizionale, chiaro. E deve piacerti così tanto che molti uomini pensano che mandarti una foto del loro in chat, all’improvviso, debba immediatamente scatenarti una tempesta ormonale che ti trasformi in una baccante assatanata. Certo.

È una guerra, signore e signori, fatta di colpi bassi subdoli e attacchi frontali spudorati sui capisaldi della dignità femminile: sulla libertà di scegliere se essere madre o meno e decidere del proprio corpo; sul diritto a una propria vita intima e sessuale che non debba dipendere necessariamente dai desideri di un altro uomo; sulla libertà di rompere matrimoni che sono diventati lager senza dover essere costrette a subire vessazioni e ricatti di ogni tipo. E ancora, sulla libertà di essere donna e lavoratrice senza subire abusi, soprusi, molestie, o di essere una donna con una buona posizione sociale e un ruolo politico importante e non subire valanghe di insulti o insinuazioni su presunti favori sessuali elargiti. Persino sulla libertà di scegliere come diavolo vestirsi senza che un centimetro di gonna in meno o di scollatura in più diventino l’attenuante per le indegne voglie del primo allupato che passa.

Ed è una guerra che non vede fine, che dai social passa alla realtà e viceversa. Una guerra che continua anche oggi, 8 Marzo, e domani, e il giorno dopo ancora. E che fa vittime, tante. E spesso nel silenzio generale.

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