La nausea dell’8 Marzo

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Anche quest’anno non ci siamo fatti mancare nulla. Valangate di luoghi comuni. I diritti delle donne, la violenza sulle donne, la discriminazione delle donne. Manifestiamo, scendiamo in piazza, lottiamo, ribelliamoci. Tutto sacrosanto per carità, anche se le feste comandate, si sa, rischiano di essere mal digerite. E infatti a me l’8 marzo lascia sempre un leggero ma persistente senso di…nausea. Proprio nausea. Che diventa quasi vomito quando alla fine della giornata il sunto è che le donne devono fare gruppo, devono essere solidali tra di loro, devono aiutarsi, devono sostenersi. Perché loro sì che lo sanno fare! Non sono mica come gli uomini, loro! Ecco, a me qui mi parte il conàto.

Io la solidarietà femminile non l’ho mai vista. Mai. Ma proprio mai. La prima donna che ho incontrato nella mia vita al di fuori della mia mamma è stata la maestra d’asilo. Brava donna quella: picchiava, puniva, faceva cose per cui oggi finirebbe dritta dritta in tribunale. Grande esempio di donna. Una volta ha punito anche me. Ho vomitato (per restare in tema). Dopo l’asilo ci sono state le scuole elementari. Anche qui una donna per maestra. Anche qui un grande esempio di donna. La Signora Maestra infatti trattava di merda i figli degli immigrati italiani: maschi e femmine, senza distinzioni di genere in questo caso. Le compagne delle elementari, poi, carine davvero. Un bel gruppetto. Un giorno la piccola leader della classe decide di fare un gioco: chiama a raccolta le altre piccole donne e ordina loro di non più rivolgermi la parola. Un bel gioco vero? Divertente. Tu che passi tra i banchi e quelle ti ignorano di proposito. Tutte. Per fare gruppo. Per un gioco crudele. Non ce n’è stata una che si sia ribellata a questa cattiveria gratuita, badate bene. Non una. Che bella amicizia tra giovani femmine.

Poi c’è stato il liceo. Una classe quasi tutta di ragazze. Me ne ricordo una. Ora è piuttosto famosa. Già già. Di questi tempi poi è in campagna elettorale. Elargisce grandi sorrisi. Ma che io mi ricordi non c’è stata una sola volta che mi abbia dato una mano. Era quella che non faceva copiare. Mai.

Cresci, ti innamori, le prime esperienze, il sesso. Ti scegli una ginecologa donna, perché pensi che magari tra donne ci si intende. Questione di vicinanza. Condivisione di genere. Quella ti prescrive la pillola. Grande simbolo di libertà femminile la pillola, vero? Donne riempite di ormoni sintetici per anni. Magnifico. La pillola ti fa stare da cani. Ma da cani cani. Non capisci più niente. Depressione, crisi di panico, emicranie da vomito (ancora vomito). Tu lo dici alla tua ginecologa: è una donna, è un medico, capirà. Eh no. Lo hai dovuto capire da sola. Hai ipotecato un bel po’ di anni stando male per un farmaco i cui effetti secondari sono spesso taciuti. Perché insomma alle giovani donne si dà la pillola, vuoi mettere il business?

Altra donna di cui mi ricordo bene? Una che ve la raccomando: la sola donna presente ad un colloquio di lavoro di quelli che o la va o la spacca. Capelli lunghi, giovane e carina. Appena assunta all’ufficio del personale. Quando la vedi ti dici che magari lei ti darà una mano. Di quel lavoro tu hai bisogno. Mica vuoi fare la mantenuta. Bhe, quella donna lì ti vuole affossare. E si diverte. Deve dimostrare di essere brava nella selezione per personale. Ti fa le domande più bastarde, a tal punto che gli uomini presenti, imbarazzati, si guardano e cercano di porre rimedio. Il lavoro non l’ho mai ottenuto, naturalmente.

Andiamo avanti? Potremmo. Donne cattive che ti dicono che se non hai figli non sei una vera donna. Donne gelose che ti dicono che sicuramente l’hai data via a qualche maschio per avere il lavoro che adesso hai. Donne opportuniste che strappano i figli ai mariti, che li impoveriscono, che li odiano, che li umiliano, che li picchiano. Donne terribili. Donne che non sono certo migliori degli uomini.

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