Manuel Vilas e il “libro dell’anno”

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Siamo solo a fine febbraio però già ci viene voglia di acclamare il «libro dell’anno»: stiamo scrivendo di «In tutto c’è stato bellezza», firmato Manuel Vilas.

Ci son libri che non smetteresti mai di leggere. Pagine che prima di girare chiedono un’altra occhiata perché … chi sa?, una rilettura permetterebbe magari di scoprire altri, nuovi tesori. Stiamo scrivendo di «In tutto c’è stata bellezza», dello spagnolo Manuel Vilas. Un libro resoconto esistenziale di rara profondità, che conquista il lettore fin dalle sue prime righe: «Magari si potesse misurare il dolore umano con numeri chiari e non con parole incerte. Magari ci fosse un modo di sapere quanto abbiamo sofferto. E il dolore avesse materia e misura».

La voce narrante è quella del protagonista che, oltrepassati i cinquant’anni, deve affrontare un bel po’ di cose: è orfano da non molto, ha da poco divorziato, si è licenziato da un posto sicuro di insegnante, fa i conti con due figli adolescenti irriconoscibili e ha trovato consolazione nell’alcool. Non è però disperato, tenta solo di capire. E siamo alla lettera da naufrago.

Tenera e potente, riflessiva e accecante, come quando scrive dell’amore muto ricevuto dai genitori: «Mio padre non mi ha mai detto che mi voleva bene, e nemmeno mia madre. E vedo bellezza in questo,  in quel silenzio c’erano tutte le parole». «Lui era un artista del silenzio», lei … «quando voleva parlare io ero assente, quando io ho voluto parlare lei era morta»).

Forse la maggior sorpresa della potenza della scrittura la raggiunge nelle riflessioni sull’abuso subito da un prete, franchista e tarato, «Un’esperienza che «nemmeno avevo capito: E’ questo il gran mistero del Male: le vittime finiscono sempre per sentirsi colpevoli di qualcosa il cui nome è di nuovo il Male.), con le feroci conclusioni: Le vittime sono sempre escrementali. Le persone simulano compassione nei confronti delle vittime, ma dentro di loro c’è soltanto disprezzo. Le vittime sono sempre irredimibili. Vale a dire disprezzabili. La gente ama gli eroi, non le vittime. Eppure, anche in questo Vilas riesce a intravedere «bellezza».

Nelle oltre 400 pagine che compongono il libro sono veramente innumerevoli le occasioni di meraviglia e l’invito al pensiero e all’introspezione. Il vissuto si fonde alla poesia, senza però mai cedere alla facile retorica. La lunga lettera di questo naufrago è un vero e proprio vagabondaggio nella solitudine, in cui l’autobiografia si fonde con la storia di un paese dagli Anni Settanta ad oggi. Da quando si era poveri ma vogliosi di futuro fino ad oggi, per certi aspetti più ricchi ma infinitamente sconsolati. Dalla fine del dittatore Franco all’inizio di … niente sembra suggerire lo scrittore spagnolo. Il suo monologo si fa incalzante, fino a suggerire che solo la scrittura possa risultare salvifica. «Mia madre era una narratrice caotica. Da lei ho ereditato il caos narrativo» si lascia sfuggire ad un certo punto l’autore. Il lettore però non è infastidito dal caos perché questo errare entro i volubili confini della riconoscenza, del rammarico, della nostalgia, dell’amore e dell’odio, del tempo perduto trasformano «In tutto c’è stata bellezza» in una confessione indimenticabile.

Un titolo che non ci meraviglieremmo di vedere come «il più bello dell’anno» fra dieci mesi (addirittura!). Infine ma non da ultimo va aggiunto che il libro è ottimamente tradotto da Bruno Arpaia, uno che prima di intingere il proprio pennino un paio di interessanti pensieri li fa sempre. Un libro da non perdere.

«In tutto c’è stata bellezza», 2017, Manuel Vilas, tra. Bruno Arpaia. Guanda, 2019, pag 416. Euro 19,00.  

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