Montanelli e la sua fidanzatina dodicenne

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A Milano c’è una statua dedicata a Indro Montanelli, un bronzo di lui seduto con una macchina da scrivere sulle ginocchia. La statua ha lo sguardo concentrato e assorto, il busto piegato sullo scritto. Indro Montanelli rimane uno dei personaggi che nel bene o nel male hanno fatto la storia del giornalismo italiano del ventesimo secolo. Fu certo uomo di destra, ma anche un personaggio controcorrente, vettore di posizioni scomode anche all’interno del fascismo. Questo non lo giustifica, ma certifica perlomeno una certa onestà intellettuale che gli riconoscevano in parte anche gli avversari.

L’8 marzo a Milano, la sua statua è stata ricoperta di vernice rosa (lavabile peraltro) da alcune attiviste femministe del movimento “Non una di meno”.

A Montanelli molte cose sono state perdonate, a parte forse una. Una di quelle cose che oggi ci fanno rabbrividire, spaventare e indignare e provocano ribrezzo. Una di quelle cose che negli anni della guerra colonizzatrice in Etiopia erano aberranti ma normali.

Montanelli racconta in quegli anni, di come avesse comprato una ragazzina dodicenne eritrea. Era un mostro, Montanelli? Si e no. Era prassi a quei tempi, acquistare delle ragazzine che fungessero da “mogli” temporanee.

Ragazzine vendute dalle famiglie che diventavano serve e schiave sessuali. Spessissimo minorenni, anzi, quasi bambine. “Un docile animaletto”, come lo aveva tristemente definito Montanelli, un termine che oggi ci appare mostruoso in tutta la sua angosciosa realtà, ma che allora denotava la compiacenza paternalistica dei colonizzatori. Raccontava lo stesso Montanelli a Enzo Biagi:

“Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul* con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari**…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”

Che la lotta femminista colpisca simboli di prevaricazione maschile come Montanelli è sacrosanto. La storia non è un sufficiente paravento per trovare scuse.

Ma Indro non è il solo colpevole, perché la dodicenne oltretutto infibulata da una tradizione tanto ancestrale quanto crudele, alla stessa età avrebbe sposato un suo conterraneo, vivendo di stenti e di miseria, trattata anche dai maschi della sua stessa terra come un animale. Destinata a partorire figli appena pubere, e a diventare vecchia in pochi anni, sciupata e prosciugata da una vita che non era pietosa né comprensiva per le donne. Quella vernice non imbratta solo Montanelli, relegando la storia tra lui e il suo “animaletto” a una questione di razzismo, ma segnala col suo rosa acceso l’eterna e squallida prevaricazione dell’uomo sulla donna.

Dipingere di rosa Montanelli è giusto, perché proprio da lui in fondo, uomo di profonda cultura, ci si sarebbe aspettato qualcosa di diverso, un guizzo di differenza, quella differenza che nei tempi del fascismo, lui stesso fascista, gli aveva fatto dire la famosa frase . “il razzismo è roba da biondi”, intendendo i tedeschi.

Montanelli non era razzista. Era un maschio, e quella di Montanelli fu semplicemente la solita vittoria delle pulsioni maschili, pulsioni che relegano la donna a oggetto di piacere, serva, docile cagna. Questo non perdoniamo a Montanelli uomo di cultura e di scrittura, come non lo perdoniamo a tutti coloro che avrebbero dovuto portare una fiaccola di intelligenza e cambiamento e che invece sono rimasti schiavi del loro triste essere uomini.

*capanna in argilla col tetto di paglia

** truppe coloniali indigene al servizio dell’esercito italiano.

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