My Way, dalla Corea con furore

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“My Way” è un film del 2011, diretto e prodotto dal regista Kang Je-gyu. La pellicola s’inserisce perfettamente nel filone del rampante cinema sudcoreano, da diversi anni a questa parte tenuto d’occhio da addetti ai lavori assolutamente entusiasti, ma anche dal grande pubblico. Opere come “Train to Busan” e “The Host” sono riuscite a sfondare anche nei mercati occidentali. Così come appunto “My Way, tentativo sudcoreano di proporre allo spettatore un eroe di guerra che non sfiguri di fronte all’americano Audie Murphy (lo statunitense più decorato della guerra) o al Sovietico Vasilij Zajcev (il prolifico cecchino eroe di Stalingrado).

“My Way” racconta la storia di un coreano realmente esistito, di nome Yang Kyoungjong, un giovane contadino residente a Chosen, città coreana ancora sotto il giogo del dominio giapponese, che all’epoca dei fatti (il film ripercorre quasi tutta la seconda guerra mondiale) controllava l’intera penisola coreana, considerata alla stregua di una colonia.

Come molti altri giovani coreani, Kim Jun-Shik (che sarebbe il già citato Yang Kyoungjong; il film utilizza però uno pseudonimo per tutelare eventuali discendenti ancora in vita) verrà coscritto nell’esercito imperiale giapponese, allora impegnato in un’aspra guerra in Cina. Kim sarà catturato dai soldati dell’Armata Rossa durante la battaglia di Khalkhin Gol, un conflitto di confine non dichiarato dove i giapponesi presero una “bastonata” tale da ripromettersi di non provocare mai più l’URSS.

Così, dopo un periodo di prigionia, Kim verrà arruolato nell’Armata Rossa, spedito in Ucraina a combattere le armate naziste, dove sarà nuovamente catturato e costretto a riarruolarsi nella Wehrmacht, dove fronteggerà l’assalto alleato durante lo sbarco in Normandia.

Seguendo i curiosi e inusuali canoni asiatici, il protagonista (interpretato da Jang Dong-gun) non viene dipinto come un valoroso e spericolato combattente, ma più come un uomo travolto dagli eventi, sempre determinato a mantenere la propria umanità anche nel bel mezzo di una simile epopea. Allo stesso modo, le battaglie rappresentate nel film sono rese in modo piuttosto crudo e stomachevole, come a voler trasmettere più di tutto gli orrori della guerra invece di spettacolarizzarla.

Grazie allo sforzo congiunto di trama e messa in scena, “My Way” riesce a trasmettere l’idea di quanto l’immensità di una guerra renda irrilevante anche una storia tanto incredibile. Come ultimo, ma non per ciò meno importante fattore, c’è lo “statement” politico di un film che osa denunciare le ingiustizie e le atrocità commesse dal Giappone imperiale in quel periodo. Atrocità che nelle prime fasi del film sono rese come una semplice cornice in cui i protagonisti sono costretti a vivere e sopravvivere. Il tema dei crimini giapponesi in Asia è infatti ancora controverso, con il Paese del Sol Levante che a tutt’oggi nega simili azioni, e riscrive i libri di testo delle scuole affinché non ne venga fatta parola.

Con un budget relativamente ristretto, “My Way” racconta una storia avvincente e struggente, grazie a un linguaggio visivo fresco e impeccabile sul piano della qualità cinematografica. Sicuramente un film a cui va data una possibilità soprattutto considerando il fatto che il tema non è affatto “mainstream” (se si esclude la comunità di appassionati di film storici e militari), ragione per cui su questo progetto la produzione è purtroppo andata in perdita.

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