Non posso abituarmi al sole che tramonta (Stella stellina)

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Sono cresciuta con il tabù della morte. 
Mio nonno che non vedevo da un po’ era andato in una casa di cura, il mio adorato porcellino d’India dopo un po’ lo aveva seguito nella stessa casa di cura e quando chiedevo ai miei di poterli andare a trovare, ogni volta inventavano una scusa.
Quando mia madre si è ammalata di tumore al seno e ha scoperto prima e avvertito poi che non c’era più niente da fare, ha comprato un libro e me lo ha regalato: “La morte amica” di M. Hennezel, psicologa francese. 
Mamma voleva che, aiutata da un libro, io la aiutassi a morire. 
Voleva che lo facessi leggere alle mie sorelle e a mio fratello perché capissero che esiste un modo per facilitare un distacco e cioè accettarlo, spogliarlo del tabù che rende impossibile anche solo parlarne e liberare la persona che sta morendo dal peso della non accettazione della propria fine da perte dei familiari. 
Ho letto il libro, ho fatto i compiti e sono diventata la figlia con cui si poteva parlare serenamente di morte e di paura di morire e di funerale e di – che vestito voglio indossare – ecc. 
La cosa che dal libro non ho imparato è stato come riuscire a superare io la perdita, così ho impiegato circa 14 anni a elaborare quasi definitivamente il mio lutto.

Ora lavoro in una casa anziani, a stretto contatto con la vita da un lato e la morte dall’altro. 
“Vedrai ti ci abitui” mi docono spesso i colleghi. 
No non è vero, non mi ci abituo, così come sono sicura che un’ostetrica non si può mai abituare del tutto all’evento di una nascita.
Non mi ci posso abituare ma adesso riesco a vedere la natura della morte. 
Ovvero: scorgo la naturalezza della morte di una persona anziana e, oso dire, riesco a vedere la bellezza della fine intesa e percepita come un anello che finalmente si chiude. 
Mi succede spesso da un anno a questa parte ed è quasi ovvio con il lavoro che faccio, ma tutte le volte è una esperienza forte e un grande privilegio.


In questi giorni si sta spegnendo una persona di cui mi sono occupata spesso, una persona che ho accudito, ho aiutato a lavarsi e vestirsi, a mangiare, alla quale ho versato del vino, e con la quale ho chiacchierato. 
Un signore alto, fiero, senza figli che è stato nell’esercito da giovane e che di lavoro era un gelataio.  
La sua fiamma ha iniziato a vacillare già da un po’, e sta diventando sempre più fioca. 
Nella struttura in cui lavoro quando una persona si avvicina alla fine viene spostata in un piano alto dell’edificio, in una stanza adibita a questo momento. 
Sentivo parlare di questa stanza dai colleghi ma non l’avevo mai vista. 
– eh… la Sig.ra è nella xxx adesso…- ogni tanto sentivo…. ci sei mai stata? Io non ci vado mai! – dicevano. 
Io immaginavo un luogo lugubre, freddo, quasi un’atmosfera Horror… 
Ma quando ho saputo che il mio caro Sig. P. era stato trasferito su sono salita a trovarlo.

Un giorno, qualche tempo fa, ha suonato il campanello della sua camera in reparto e ha chiamato il dottore; sono entrata e e gli ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa e se potevo essergli di aiuto  
Mi ha detto : “Dai, chiamami il dottore che ho tre pallottole nella gamba”, e poi ha aggiunto: “qui ( pensava di essere forse in guerra) se la gente muore nessuno se ne accorge. Uno muore così, da solo perché nessuno se ne è accorto” 
Gli ho assicurato che in quel momento non era da solo, che era in un posto pieno di persone che si sarebbero occupate di lui, e gli ho dato da bere un tè. 
Il Sig. P. lo sentiva che stava per morire e non voleva restare da solo.
Adesso è nella sua stanzetta all’ultimo piano, in un posticino bello e sereno, con una vista sul lago e le montagne che è un incanto, e io vado a trovarlo.


Sono stata con lui durante la pausa della mattina e sono tornata da lui nel pomeriggio prima di iniziare a lavorare. 
Mi sono seduta vicino a lui e e ci siamo guardati 
Ciao mi ha detto, ciao ho risposto 
E gli ho dato del tu per la prima volta. 
Siamo stati insieme un po’ io e lui, e ho sentito la serenità della fine che arriva quando è il momento, della fiammella che si spegne piano piano, al termine di una vita lunga e piena, e ho visto la cura e l’attenzione dell’infermiere che lo accompagnava con la pallizione**, un uomo nell’ultimo tratto del suo viaggio attento a alleviare ogni tipo di dolore e sofferenza. 
Oggi, dopo tanto tempo, la fine di una vita mi è sembrata poetica proprio come il suo inizio. 
Ho lasciato il Sig. P. che ancora respirava con lunghe pause e gli ho detto ciao. 
Non mi posso abituare a questo, come non mi posso abituare alla luce del sole che tramonta. 
Ho il privilegio di incontrare persone rare e preziose nel mio lavoro, e di poterle a volte tenere per mano nell’ultima parte del loro sentiero.

*Ausiliaria di cura

**Cure palliative, in questo caso atte a ridurre le sofferenze in punto di morte

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