Quando la parola d’ordine è omertà

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Omertà. Da qualche tempo a questa parte, pare essere questa la parola più gettonata dai candidati di Lega e UDC. Anche perché, le campagne elettorali, si combattono a suon di proclami e di parole. Le parole sono importanti, ripeteva Nanni Moretti in “Palombella Rossa”. Non vanno usate a vanvera. Eppure, sarà che sono gratis, fatto sta che se ne fa uso e abuso, senza necessariamente dar loro il giusto peso e valore. Talvolta correndo il rischio di svuotarle del loro significato.

Così, oltre a cavalcare i soliti beceri slogan di sempre, tra i quali svetta il “Prima i ticinesi!” di Piero Marchesi con tanto di magliette e felpe in vendita online, la parola con la quale vale la pena sciacquarsi la bocca, parlando dell’amministrazione cantonale e dei più recenti fatti di cronaca che l’hanno vista al centro della polemica, è quella che designa “il silenzio su un delitto o sulle sue circostanze in modo da ostacolare la ricerca e la punizione del colpevole, sia per interessi pratici o di consorteria, oppure causata da paure e timori.” Così recita Wikipedia.

“Aleggia una sorta di cultura omertosa” era invece il titolo dell’estratto dell’intervento di Daniele Caverzasio in Gran Consiglio sul caso Argo1, pubblicato dal Mattino della Domenica. “In tutta questa vicenda – scrive il capogruppo della Lega – resta però dell’amaro in bocca dopo aver letto il rapporto: su tutto aleggia una sorta di cultura dell’omertà, della necessità di proteggersi l’un l’altro, di cercare la protezione del partito convinti che i partiti storici abbiano ancora il potere che avevano una volta. Quel potere che riusciva ad insabbiare molto.”

Già. Come dargli torto. Del resto che la nostra sia la terra dei silenzi assordanti già lo scrivevamo, noi, tempo fa (leggi qui). Sottolineando come il Ticino sia un Cantone incestuoso. Dai silenzi complici. Un atteggiamento non molto diversi da ciò che è accaduto in altri ambiti dove la complicità omertosa ha coperto, per esempio, casi gravissimi di pedofilia. Al punto che, Frank Keating, governatore dell’Oklahoma e titolare dell’inchiesta indipendente voluta dalla Chiesa cattolica americana, dimettendosi dal suo incarico, ha paragonato il comportamento dell’istituzione religiosa a quello di un’organizzazione mafiosa.

Peraltro c’è una battuta nel film premio Oscar “Il caso Spotlight” che racconta proprio la storia dell’inchiesta giornalistica condotta dal quotidiano “The Boston Globe” sull’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molti casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie della città statunitense che è una battura perfetta per incorniciare la questione: “se serve una comunità per crescere un bambino, serve una comunità per abusarne.”

Ecco perché, cari Caverzasio e Marchesi, ridurre la questione ai partiti storici, come se Lega e UDC fossero appena sbarcati dalla luna è un po’ tanto da paraculi, senza considerare il fatto che, probabilmente, non si tratta affatto di una cultura radicata soltanto nell’amministrazione pubblica, ma un male dell’intera comunità. Facile anche parlarne con il senno di poi, molto meno è invece alzare la mano e denunciare un malcostume che impera e imperversa ben oltre il piccolo steccato che cinge la cosa pubblica.

Del riciclaggio di denaro sporco ad opera di fiduciarie per nulla trasparenti, della presenza della malavita, della ‘Ndrangheta sul nostro territorio o dei grossi appalti assegnati in maniera quantomeno ambigua invece nessuno ne parla. Almeno non prima che il bubbone si sia infettato, a tal punto da non poter più andare avanti facendo finta di nulla. Così, finché la parola omertà rimarrà una delle tante proferite in tempo di campagna elettorale, la certezza è che nulla cambierà davvero, non certo grazie alla politica. Non certo grazie al tandem Lega-UDC.

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