Quando la paura faceva Novanta

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“Luke Perry e Keith Flint: il 4 marzo, d’ora in poi, sarà il giorno in cui sono morti gli anni Novanta” titolava un articolo di Tommaso Labate, lunedì, sul sito web del Corriere della Sera. “Può un decennio morire in un giorno? Possono gli anni Novanta bruciare in mezzo secondo come se fossero celluloide, la celluloide che in Nuovo Cinema Paradiso prendeva fuoco rendendo cieco Philippe Noiret e distruggendo i sogni di un’intera comunità di gente in carne e ossa? Possono, se quel giorno è un giorno come oggi.”

Sono queste le parole con cui il giornalista italiano provava a dare un senso al proprio smarrimento di fronte alla notizia della morte di due icone di quel decennio a distanza di poche ore una dall’altra. “È come se mettesse fine alla lunga giovinezza di chi è cresciuto allora” argomentava Labate. Peccato solo che il suicidio di Keith Flint, il frontman dei Prodigy, uno che sul palco quella loro musica tra il pop e l’elettronica la gridava con il corpo e la morte a causa di un ictus di Luke Perry, il Dylan della serie Beverly Hills 90210 per cui tutte le ragazzine cresciute con la tivù avevano una cotta, non siano le uniche morti e neppure le prime che sono indissolubilmente legate a quel decennio di fine millennio.

Chi allora, 20 anni fa, aveva appena vent’anni, sa bene che tutto ebbe inizio il 5 aprile del 1994. Con il primo lutto di un lungo stillicidio di addii che da allora continua. Senza tregua. Gli anni Novanta iniziarono a spegnersi con Kurt Cobain. Quando decise di mettere fine al suo malessere facendosi esplodere la testa con un colpo di fucile. Un modello generazionale. Un’icona, ben presto, cadavere. Poi vennero, l’anno dopo, Shannon Hoon e nel 2002 Layne Staley, entrambi morti per overdose. Del secondo, in casa sua, fu ritrovato il corpo in avanzato stato di decomposizione. Kurt, Shannon e Layne. Tre voci, le loro, che urlavano la rabbia e lo schifo di una generazione costretta a crescere fianco a fianco con la paura.

A conviverci fin da piccoli. Con lo spettro di un conflitto termonucleare globale sempre presente. Nelle ossa. Materializzatosi con l’incubo radioattivo di Chernobyl, il disastro nucleare datato 1986. Ma come se ciò non fosse ancora abbastanza, gli Ottanta furono anche gli anni del virus dell’AIDS, che qualcuno cavalcò al punto da definirlo come una punizione divina. Il giusto castigo alla dissolutezza morale e alla liberazione sessuale dei precedenti anni Settanta. Figli della nuova peste e della Guerra Fredda virtualmente conclusasi con la caduta del muro di Berlino. Sempre che basti abbattere un muro per ricucire una ferita.

Insomma, chi aveva vent’anni negli anni dell’esplosione della musica grunge e di gruppi come Nirvana, Alice in Chains, Soundgarden, Pearl Jam e molti altri ancora sa perfettamente di cosa stiamo parlando. Conosce bene il panico morale di quella generazione, definita Generation X mica a caso. Definita da un’incognita. Una generazione malinconica e maledetta. Con uno sconforto e un malessere tatuati nell’animo. Restituito e condiviso attraverso un urlo che quello di Munch in confronto è nulla. Un grido collettivo. Di voci dolenti e graffianti. Con l’urgenza di buttare fuori l’orrore. E un ago troppo spesso conficcato nel braccio. Perché gli anni Novanta hanno anche visto il ritorno sulla scena – prepotente – dell’eroina.

Chris Cornell, Elliott Smith, Jeff Buckley, Dolores O’Riordan, Scott Weiland e Andrew Wood – giusto per rimanere alla musica – sono solo alcuni dei cadaveri eccellenti di chi quegli anni li ha cristallizzati in musica. Facendoli sembrare meno miserabili. Riuscendo in qualche modo anche a esorcizzare il male oscuro. Ad allontanare da sé il trauma di una generazione confusa, impaurita. Violata. Ecco perché se hai tra i quarantacinque e i cinquant’anni sai esattamente chi sei. Sei uno con il cuore messo a nudo, scorticato dalle tue paure di allora. Sei un dannato sopravvissuto. Figlio del lato oscuro di un decennio depresso.

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