Stelle gialle sul Continente Nero

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“L’Africa è il continente più giovane”

Con queste parole Bill Gates, uno che per dirla colloquialmente “ne sa”, apre uno degli articoli sul suo blog personale. Apparentemente, ciò che intende è sottolineare l’età media del continente africano – ferma a circa 19 anni contro i 35 nordamericani – e la sua altissima percentuale di persone sotto i 25 anni, che si attesta al 60% contro il 27% europeo.

In realtà, Gates vuole sottolineare la gioventù del continente come mercato; mentre economie come quella indiana, brasiliana o cinese (che sarà il principale coprotagonista di questo articolo) si adattavano e si globalizzavano, una serie di fattori come la povertà delle infrastrutture e l’instabilità politica hanno frenato lo sviluppo africano.

Qui subentra la precedentemente menzionata Cina. Come un bambino, un continente può essere plasmato in giovane età per poi diventare ciò che si vuole che diventi. Dopo che il governo cinese si rese conto delle sue limitate possibilità di espansione territoriale, Pechino mise l’Africa in cima alla sua agenda economica. Il continente appariva “tralasciato” dalle potenze occidentali, incapaci di giustificare ulteriori interventi imperialisti dopo il finire del caos della guerra fredda.

Il governo cinese si è mobilitato ampiamente. Parliamo, ricordiamoci, di un governo che ha risorse economiche pressoché infinite, in grado di finanziare con trilioni di dollari enormi progetti infrastrutturali in grado di ridirigere il mercato mondiale sull’asse eurasiatico. La Cina ha iniziato a mandare delegati in ogni capitale africana, proponendo di finanziare infrastrutture e trattati commerciali, dando vita al termine “secondo continente cinese”.

Ma cosa dobbiamo effettivamente aspettarci da questo imperialismo economico cinese? Conoscendo la determinata spietatezza del gigante asiatico, molti analisti temono il peggio. Come dice Michael Sata, presidente dello Zambia dal 2011 al 2014 in un paper pubblicato ad Harvard nel 2007, “il colonialismo europeo, a confronto, può definirsi quasi benigno, dato che fece comunque in modo di finanziare infrastrutture economiche e sociali. Il colonialismo cinese si preoccupa semplicemente di sfruttare i meccanismi capitalisti per poter ottenere quanto più possibile dal continente africano in nome dello Stato”.

Ci sono tuttavia opinioni differenti. Ching Kwan Lee, un professore all’università della California, afferma come sia necessario tracciare una linea tra imperialismo e investimento. “Gli investimenti cinesi hanno un obbiettivo a lungo termine che non è puramente economico, così come non lo ha il progetto “via della seta” (N.B. ho parlato anche di questa titanica operazione in un precedente articolo). I cittadini cinesi in Africa pagano tasse e non hanno interesse a diminuire l’indipendenza o l’autonomia degli Stati africani, anzi: l’obiettivo cinese è costruire un’Africa potente, amica, e che sappia mantenersi in piedi da sé. Agli africani non servono regali, caramelle, aiuti e suggerimenti. agli africani servono lavoro, fabbriche, tecnologia, fiducia”.

Solo in futuro sapremo con certezza a cosa porteranno le aggressive manovre economiche cinesi. Paesi come lo Sri lanka e il Pakistan si trovano pesantemente indebitati con la Repubblica Popolare Cinese e le loro sorti future potrebbero dipendere da essa. Ma, media neoliberisti come l’Economist, che avrebbero tutte le ragioni di screditare la Cina, hanno dovuto ammettere che una speranza che sembrava inesistente per il continente africano è stata recentemente restituita dagli investimenti cinesi, come si può vedere in una serie di sue copertine.

La conclusione di tutto questo scritto è, in sostanza, un nulla di fatto. Ciò che è sicuro è che le sventure e le sofferenze del continente nero non sono ancora finite, e che se mai vedremo un’Africa forte e indipendente, i suoi popoli ne pagheranno il prezzo con sudore, lacrime e sangue

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