Sunshine

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Fin dall’alba dei tempi, moltissime culture hanno venerato il sole, elargitore di calore, vita e luce. Immaginando questo, Sunshine si basa su un mondo che è destinato a perdere il calore del suo sole, in procinto di spegnersi.

Le speranze umane sono riposte nell’astronave Icarus II, dopo che l’astronave gemella Icarus I ha fallito nel suo compito di detonare un’ordigno nucleare nel Sole, in modo da riattivarlo e evitare quindi che il mondo si avvii verso una fine lenta e fredda. Inizialmente, la trama non propone nulla di estremamente originale; le complicazioni dei viaggi spaziali, gli effetti sulla psiche, le difficoltà da risolvere a milioni di chilometri di distanza da casa…

Ma Sunshine rifiuta la semplicità di una trama già scritta, e preferisce esplorare anche un altro tema, ovvero quello della difficoltà nel mantenere la mente funzionante di fronte a una posta in gioco tanto alta. Alle naturali difficoltà della missione saranno quindi affiancati una serie di turbinanti discese nell’illogicità, nella percepita impossibilità degli eventi, tra isterie e fanatismi.

La metafora di questo film è sottile, e data la premessa, inattesa; quello che Sunshine suggerisce è che si, viviamo in un universo spietato e incapace di perdonare anche il minimo errore, in cui la vita di un’intera specie è appesa a un filo teso da capricci della fisica, ma che il più grande ostacolo alla vita è posto dalla nostra indole, dalla nostra componente di autodistruzione nascosta nel profondo, pronta a uscire ogni qualvolta gliene sia data occasione. Gli uomini della Icarus II non solo dovranno riuscire in una missione apparentemente impossibile, ma anche riuscire a sconfiggere il loro stesso istinto autodistruttivo.

Il regista Danny Boyle riesce a trasmettere tutto questo senza che pesi sugli elementi visivi del film, che rimangono spettacolari e in grado di tracciare una linea tra il nostro presente e un futuro che, nella sua assurdità, appare probabile.

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