Viviamo in tempi feroci

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Non spesso, ma ogni tanto riportiamo articoli di altre testate, quando lo meritano, quando la loro voce riesce a scandire pensieri profondi e amari o di speranza. Lo facciamo quando anche noi rimaniamo toccati o feriti dalle parole, perché allora sono parole giuste, che hanno raggiunto il loro scopo, accarezzandoci il cuore o tormentandoci l’anima.

È il caso di un Pezzo di Maurizio Crosetti, apparso oggi su Repubblica. Crosetti, affrontando il tifo calcistico e i cori razzisti, fa una riflessione più ampia e amara e ci porta a una conclusione così chiara e netta da essere ovvia. Un grido doveroso della società civile ed etica che non deve rimanere inascoltato: indignarsi non basta più. Leggiamolo:

“Tifosi ragazzini urlano “negro di merda” al portiere avversario, un coetaneo di origine sudamericana, quattordici anni loro e quattordici lui. Succede a Cairo Montenotte, provincia di Savona, su un campetto dei Giovanissimi ma è così ovunque, non passa giorno ormai. Accade nelle città e nelle periferie, al nord come al sud, alle partite di pallone e di basket e persino di rugby, il nobile rugby. Succede ai più grandi e ai più piccoli, ai beceri ultrà tra loro o contro gli atleti “nemici”, succede in campo tra giocatori di qualunque età e categoria e persino tra genitori sulle gradinate (…)


Viviamo tempi feroci, gonfi di un odio che in molti casi è disturbo mentale moltiplicato dai social, ci sono vittime che arrivano a uccidersi per questo, per il dileggio e l’offesa, le ragazze specialmente. E lo sport è purtroppo un territorio di conquista per le orde barbare, è così da sempre ma oggi di più, è come se oltraggiare lo straniero, il nero, il debole, il diverso fosse autorizzato dal vento cambiato anche in politica. Abbiamo un ministro degli Interni che si accompagna agli ultrà colpiti da daspo e che si ostina a minimizzare, a non vietare le trasferte dei peggiori ceffi da curva; anzi, lui vorrebbe addirittura ripristinare i famigerati treni speciali dove, in passato, qualcuno ci rimise la vita.

Il guaio è che non riusciamo ad andare oltre il momento dello sdegno e della riprovazione, non ci spostiamo da lì. Ci ritroviamo ogni settimana a fare gli stessi discorsi, perché all’azione sempre più triste e indegna non segue mai la reazione. Non ci stanchiamo tuttavia di invocare pene severissime da parte della Federazione che organizza le partite, comprese quelle tra ragazzini, e naturalmente da parte dello Stato, della forza pubblica e della magistratura contro i violenti di professione, i mafiosi e gli ‘ndranghetisti nelle curve di club anche molto importanti. Ma è inutile se non sentiamo sulla nostra pelle, bianca o nera o gialla che sia, il bruciore fortissimo per questi cori, per questi canti e insulti inaccettabili, l’anno scorso persino contro Anna Frank (ricordate le figurine?) e naturalmente contro tutti gli ebrei. Ogni offesa di uomo ci diminuisce, si potrebbe dire, e ci chiama a reagire. Come genitori e insegnanti prima di tutto, ma più che altro come persone che non accettano l’onda nera dei tempi, l’odio come stile di vita, il fango da tirare addosso al prossimo perché tanto lo fanno tutti, è di moda, che sarà mai. Dietro un piccolo che insulta e scimmiotta c’è sempre un grande che lo istiga e che si fa imitare, un grande che assomiglia terribilmente a qualcuno di noi.”

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