Questo quartiere non è Disneyland

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Sabato scorso migliaia di persone sono scese per le strade di Berlino, Barcellona e Napoli marciando non per il clima, ma perché preoccupate per un altro fenomeno che già da tempo ha infettato molte altre città d’Europa. Un virus che arriva da lontano, al quale finora la politica non ha dimostrato di essere capace di dare una risposta né di saperne gestire la complessità. La piaga si chiama gentrificazione.

Una delle tante parole regalateci dall’inglese che è l’adattamento, in italiano, del termine gentrification derivante da gentry, vale a dire la piccola nobiltà inglese in seguito diventata la borghesia o classe media. Così con gentrificazione si indicano l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socioculturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia, che seguono all’acquisto di case e altri immobili, proprio all’interno di queste aree urbane, da parte di chi è benestante. Da chi c’ha il grano.

In altre parole è quel fenomeno per cui intere borgate o quartieri che, per anni, sono rimasti popolari si vedono nel giro di poco tempo confrontati contro l’aumento degli affitti, gli sfratti e il conseguente svuotamento di chi lì ci ha sempre abitato. Quella stessa gente – erano in seimila a manifestare in Alexanderplatz a Berlino – ha deciso di dire no a tutto questo. A questa speculazione immobiliare fatta sulla loro pelle che, per prima cosa, ha spopolato i centri storici, anche delle nostre città, facendone dei parchi turistici o quartieri per nuovi ricchi.

“Non ce l’abbiamo con i turisti – hanno spiegato i manifestanti che hanno partecipato a Napoli alla marcia – né siamo contro il turismo, ma contro chi specula sul turismo con il proliferare delle case vacanze e dei bed&breakfast che eludono il fisco a scapito del diritto all’abitare con affitti divenuti inaccessibili per studenti e famiglie a basso reddito”. Tra i casi esemplari c’è quello del Rione Sanità, uno dei quartieri più toccati dalla turistizzazione galoppante del centro storico della città partenopea dove, in un solo anno, dal 2017 al 2018, i bed&breakfast sono quasi raddoppiati passando da 5472 a 8137.

Un male che accomuna molte città europee e – prima ancora – d’Oltreoceano. Sintomatico di una società nella quale le classi, le caste sono ancora ben presenti e rappresentate all’interno dei grandi agglomerati urbani, dove ai quartieri dei ricchi si contrappongono i ghetti stile Bronx. E proprio il Bronx, un simbolo di povertà e di violenza non solo per la città di New York, non è più tale già da un po’ proprio per via di questo tipo di meccanismo che, sempre più, poco alla volta spopola e rende fantasma o musei i centri delle grandi città, costringendo i poveri a spostarsi nelle periferie ancor più periferia.

A Lugano, per chi ancora se la ricorda, fu esemplare la demolizione dell’antichissimo e popoloso quartiere del Sassello. Una cinquantina di case abitate per lo più da famiglie di artigiani e operai, con gli edifici addossati uno all’altro cresciuti per stratificazioni successive. Un reticolo di vicoli stretti e tortuosi su cui si aprivano portici, rientranze, sporgenze, archi, balconate. Un quartiere che non c’è più. Che fu raso al suolo “per ragioni sanitarie”. Per lasciare spazio alla modernità e alle banche. Ecco perché, davvero un po’ ovunque, tutti noi siamo chiamati a una resistenza innanzitutto culturale. Anche scendendo in strada per ribadire a gran voce: “Questo è il quartiere mio, non me sta bene che no!”

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