Storie d’amore, morte e robot

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Se c’è una cosa per cui vale la pena essere entusiasti di questi tempi, è senza dubbio per quanto ci offre l’intrattenimento nel campo delle serie televisive. Stiamo assistendo a un boom nella produzione di opere cinematografiche “a episodi”, con investimenti sempre più alti e progetti sempre più ambiziosi al punto che la narrazione seriale è diventata la nuova frontiera, il campo in cui sperimentare e raccontare storie che mai avevamo visto. Non a questi livelli di complessità.

Molte serie, come ad esempio “Mr. Robot”, “Game of Thrones” o “Stranger Things”, seguono complesse e dettagliate trame suddivise in episodi lunghi e impegnativi, restituendoci il “feeling” e il passo narrativo di un lungometraggio. “Love, Death and Robots”, tuttavia, ha seguito una strada un po’ diversa, scegliendo un’impostazione antologica, composta da episodi brevi e apparentemente scollegati. L’obiettivo di questa serie, almeno inizialmente, può sembrare poco chiaro: gli episodi sconnessi tra loro renderanno difficile comprendere quale sia il filo conduttore del tutto, finché, dopo un certo numero di episodi visti, la realtà diventerà evidente.

Oppure, come me, non vi porrete questa domanda e finirete fin da subito per appassionarvi a una serie che offre nello stesso pacchetto licantropi arruolati nell’esercito americano, elementi magici/steampunk nella Cina coloniale e ipotesi su ciò che sarebbe successo se Hitler fosse stato assassinato da giovane con un’arma sperimentale a base di gelatina sviluppata dall’impero russo.

Comunque sia la serie è un perfetto manifesto delle nuove possibilità dell’intrattenimento moderno. Lo scopo di “Love, Death and Robots” sembra davvero quello d’intrattenere il pubblico facendo sfoggio delle capacità creative di una nuova generazione di scrittori e sceneggiatori, o mostrando il livello artistico raggiunto dalle tecniche di animazione contemporanee. Gli episodi sono infatti tutti animati e, a ogni episodio, corrisponde un differente scrittore. In ogni caso, l’animazione non risulterà mai infantile o eccessivamente caricaturale, mantenendo sempre un’aura di serietà e di grande professionalità.

Gli stili presenti sono comunque diversi e molteplici, dalla computer grafica in grado di ottenere livelli di realismo assurdi, all’animazione convenzionale, passando per atmosfere digitali dai colori e dettagli incredibili. Ma, tralasciando i meriti tecnici della serie, perché vi consiglio di visionare il prodotto del regista Tim Miller distribuito da Netflix lo scorso 15 marzo? Semplice. Innanzitutto per la varietà di scrittori, tutti desiderosi di offrire la loro migliore prestazione nel ristretto spazio concessogli.

Tutti questi elementi ci hanno permesso di avere una serie di brevi storie sempre in grado di risultare avvincenti e misteriose. Storie che parlando ad esempio di come un latticino è asceso ai più alti livelli del potere mondiale, oppure dell’ultima, incredibile performance di un misterioso artista centenario, dell’incontro di alcuni soldati sovietici con delle bestie maledette, evocate per combattere al fianco dell’armata rossa. Insomma, ogni episodio è un’esperienza visiva e psicologica completamente nuova. Una serie “esperimento”, a mio avviso riuscita e meritevole di almeno venti minuti del vostro tempo, abbastanza per vedere il primo episodio, e poi avere qualche minuto per covare il desiderio di continuare con il prossimo.

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