Un arcobaleno a Sarajevo

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Sarajevo è da molti chiamata “la Gerusalemme d’Europa” poiché in essa vivono, convivono e si sopportano ben quattro religioni: l’Islam, l’ebraismo, il cristianesimo cattolico ed ortodosso. Non c’è da stupirsi quindi se, camminando tra le vie della capitale bosniaca, ci si immerga in una città dalle mille vesti. Un attimo prima osservi stupito la grandezza dei palazzi reali austroungarici, l’attimo dopo sei già alle porte d’oriente. Un passo prima ti sembrava di essere quasi come a casa tua, il passo dopo ti ritrovi già in casa di qualcun altro.

Ed è proprio qui, a Sarajevo che l’otto settembre si celebrerà il primo Gay Pirde della storia della Bosnia ed Erzegovina. Un evento molto importante per un paese ancora troppo tradizionalista ed influenzato dai vari nazionalismi religiosi.

“Non siamo invisibili”

Lo scopo principale della marcia dell’8 settembre è quello di riunire sotto un unico tetto (o meglio, megafono) tutta la comunità LGBT bosniaca, dando così visibilità e soprattutto voce a queste persone, che purtroppo ancora oggi vengono considerate “invisibili”, sia dalle istituzioni che dalla popolazione.

“Finalmente anche la Bosnia ed Erzegovina avrà il suo Pride. Scenderemo in piazza per protestare contro la disuguaglianza e la violazione dei diritti umani di lesbiche, gay, bisessuali, trans, intersessuali e queer”, dice emozionato alla conferenza stampa Branko Ćulibrk, attivista e uno dei 15 organizzatori dell’evento.

“È una lotta contro la violenza e una richiesta di accesso allo spazio pubblico uguale a quella di tutti gli altri cittadini che possono organizzare proteste”.

Accesso allo spazio pubblico, è quello che chiedono è questa richiesta passa anche attraverso lo slogan “vrata, volim!” (la porta, per favore!), espressione tipica utilizzata dai pendolari bosniaci – e non solo – sui mezzi pubblici quando appunto l’autista non li vede e di conseguenza non apre la porta per farli scendere. Oltre a questo gioco di accostamenti e significati il motto si riferisce anche all’apertura della porta del proverbiale armadio da cui si dice che le persone LGBT escano (un modo poco gentile per dire che “strani”).

“Non lottiamo solo per la nostra libertà ma anche per quella di tutte le persone che sono discriminate. Le persone LGBT in Bosnia sono esposte quotidianamente alla discriminazione e alla violenza, nelle loro famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni pubbliche e per strada” sottolinea l’attivista Lejla Huremović.

Diritti LGBT e BiH: c’è ancora tanta strada da fare

Sono passati solo 21 anni da quando la Bosnia ed Erzegovina nel 1998 abolì la legislazione che criminalizzava l’omosessualità; un ritardo marcato rispetto agli altri Paesi dell’Ex Jugoslavia dove già negli anni ’70 l’essere omosessuale non costituiva più un reato. Fra i piccoli passi avanti avvenuti negli anni successivi è doveroso citare la Legge sull’uguaglianza di genere del 2003 che, nell’articolo 2, vieta esplicitamente la discriminazione sulla base del genere e dell’orientamento sessuale; come anche l’emendamento approvato nel 2016, nella quale vengono inclusi fra i motivi discriminanti anche l’identità di genere.

Sta di fatto però che in Bosnia di unioni civili e matrimoni egualitari non si parla ancora, figuriamoci poi della possibilità, per le donne e gli uomini della comunità LGBT, di avere figli. Tematiche queste ancora tabù, troppo progressiste per essere prese in considerazione e discusse in un Paese che, dalla fine del conflitto, si è fossilizzato, restando fermo per oltre dieci anni in termini di evoluzione culturale ed economica. La popolazione è disillusa, stanca e povera, e così si aggrappa alla religione e ai nazionalismi vari, nella speranza di un cambiamento, di una soluzione.

Ma questo comporta a un arretramento, soprattutto sotto il punto di vista dei diritti civili, che sono il pane quotidiano di una società equilibrata e sana.

C’è ancora molta strada da fare. Come indicato da Amnesty International e dalla Annual Review di ILGA-Europe, i casi di violenza e discriminazione verso gli omosessuali non si placano.

C’è ancora molta strada da fare ma possiamo essere sicuri di una cosa. La prossima volta che cammineremo per le vie della Gerusalemme d’Europa, fra campanili e minareti l’otto settembre potremo vedere, sia in cielo che in terra, un arcobaleno.

Un arcobaleno di speranza e libertà.

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