C’è assistenza e assistenza

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In Ticino ci sono quasi 8’000 persone in assistenza. Persone che dovrebbero avere diritto, più che ai soldi, a un vero sistema che si sforzi di trovare loro una collocazione o che gli permetta di evolvere dallo stato in cui si trovano.

La parola assistenza di per se stessa è un po’ avvilente; necessita di assistenza chi non ce la fa e questa, anche se è una verità, fa male. Fa male perché dà l’impressione di irreversibilità, di fallimento, quando queste persone hanno invece bisogno di speranza e di possibilità.

Poi ci sono persone che confondono l’assistenza come un aiuto dovuto, e tanto più cospicuo quanto più si è autoctoni. E arriviamo a casi paradossali, come quello riportato dal Mattinonline a titolo: “tormentata e afflitta dall’insensibilità umana”.

Protagonista dell’articolo, una donna della Verzasca in assistenza che vorrebbe uscire dal “tunnel”, come tutti supponiamo. A fare specie non sono le pretese della donna, peraltro ovviamente condivisibili, ma le modalità. Riportiamo alcuni brani dell’articolo per farvi capire la situazione:

“Voglio vivere con i miei mezzi ma non me lo lasciano fare: troppi bastoni fra le ruote…Sono stanca e depressa, di notte non riesco a spegnere il cervello. Sono tormentata e afflitta dalla mancanza di sensibilità delle persone, in primis quelle che lavorano per il Cantone e si occupano di questi casi. Stanno facendo di tutto per impedirmi di tornare ad una vita normale. Non chiedo la luna, chiedo soltanto di poter esercitare i miei diritti di cittadina.”

Beh, come dare torto alla signora? Anche se dovremmo chiarire quali sono i diritti di un cittadino. Ma cosa fa Bellinzona? Le impedisce di trovare un lavoro? Non le paga il dovuto? Proseguiamo per scoprirlo:

Questo è un mondo davvero strano. In poche ore si raccolgono fondi per ricostruire una Chiesa (allude a Notre Dame, ndr)) mentre ci sono milioni di persone che patiscono la fame,… forse ultimamente ci si preoccupa soprattutto dei rifugiati.”

Eccola, se la signora è in asssistenza è ovviamente colpa dei rifugiati, che ricevono ponti d’oro mentre lei è ferma al palo. C’è chi le darà sicuramente ragione, ovvio, ma aspettate un attimo e vediamo quale sarebbe la soluzione per la signora della Verzasca:

“ (…)Farei di tutto, non sono una che si lascia andare oppure approfitta dell’assistenza per starsene a casa a fare un bel nulla. Ne ho conosciute di persone così… ” 

La signora non vorrebbe approfittare dell’assistenza, però non è carino dare ad intendere che lei è sì in assistenza, ma gli altri sono lazzaroni e approfittatori. Tutto qui? Eh no, un momento. La nostra amica in realtà un modo di uscire dall’assistenza l’avrebbe. Proprietaria di una stalla, potrebbe venderla o affittarla per emanciparsi dal “cordone ombelicale” dello Stato. Ma come fare?

“…Ho chiesto di poterla sistemare, perché attualmente non è in grado di ospitare nessuno. E sistemare vorrebbe dire che dovrei ingaggiare qualcuno per i lavori da fare all’interno e nel giardino. Ho chiesto che mi mandassero qualcuno di un programma occupazionale. Ma niente: visto che è a scopo di lucro, dicono, non è possibile! (…) Come posso pensare di affittare ed aver un guadagno se non metto a posto la stalla e non ne faccio un locale decente? Ho chiesto pure un aiuto ad una banca, ma mi è stato negato. Essere in assistenza, e posso pure capirlo, non è certo la miglior carta in regola per un prestito bancario ”.

Dunque. La signora vorrebbe uscire dall’assistenza. Per fare questo, lo Stato dovrebbe finanziare la sistemazione della stalla e contribuire ai lavori con dei programmi occupazionali composti da persone disoccupate e in assistenza che lavorino per lei. La signora si picca perché lo Stato le dice di no, però capisce benissimo la banca che non le rilascia il prestito, e conclude:

“A Bellinzona sembra che abbiano le fette di salame sugli occhi. Cosa devo fare allora per convincerli che io voglio vivere senza il sostegno dello Stato ma con i miei mezzi? È dura da capire….”

Mah, signora, semplicemente il Cantone non può fornire programmi occupazionali e finanziamenti per ristrutturazioni a chiunque ne faccia richiesta, semplicemente perché è un utilizzo a scopo di lucro. Lo Stato dà una mano a chi non ce la fa, non si occupa di ristrutturare stabili a sua spese, e la sua famosa emancipazione avverrebbe di nuovo con un congruo apporto dello Stato, mica coi soldi che portano gli angeli dal cielo.

E i rifugiati cosa c’entrano in tutto questo? Ovvio, loro ricevono rustici già riattati dallo Stato e li affittano a costi spropositati.

Rendiamoci conto che ci sono persone in assistenza più umili, che non pretendono che lo Stato gli ristrutturi l’appartamento o gli regali un terreno dove costruire una casetta. E, cara signora, chi le dà voce lagnandosi insieme a lei, sarebbe il primo a rifiutarle i soldi per quella splendida ristrutturazione che, nelle sue rosee ipotesi, le permetterebbe di uscire dal tunnel. Già che c’è, chieda alla Lega e al Mattino della Domenica chi ha approvato e proposto tagli nelle passata legislatura che hanno soprattutto colpito le fasce medio-basse. O magari chieda alla Fondazione Bignasca, loro, dopo aver letto l’articolo di sicuro finanzieranno la ristrutturazione della sua stalla.

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