Cracker, tonno e un’umiliazione per sempre

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Fa bene Massimo Gramellini, dalle pagine del Corriere della Sera, a parlare di quella bambina che, in una scuola del Veronese, si è vista servire tonno e cracker alla mensa perché i genitori non pagavano la retta. Gramellini ci ricorda che non è una questione di tonno o di zuppa, ma di umiliazioni e ferite.

Perché non conta cosa e quanto mangi. Conta moltissimo invece, quando ti siedi al tavolo e ti vedi umiliare, perché sei figlia d’immigrati, perché i tuoi sono dei pezzenti, perché tu sei diversa dagli altri.

E tocca alla santa maestra mettere un cerotto sulla ferita che un sindaco imbecille ti ha inferto a nemmeno dieci anni. La maestra che rinuncia al suo pasto e lo dà a te, e così lenisce un poco quell’ignominia, quella differenza che degli adulti senza cuore ti hanno costretta a subire.

A quello servono le maestre, a consolarti quando ti sbucci un ginocchio o quando un amministratore senza il minimo senso dell’empatia decide che se i tuoi genitori non pagano la retta sei tu che devi pagare. Così imparano.

Certo, imparano.

Ma come dice Gramellini, soprattutto impara la piccola, e imparano i compagni, che si può trattare la gente differentemente, creando ferite anche negli altri bambini, che non capiscono perché la loro amichetta deve mangiare tonno e cracker (che magari le piacciono pure) al posto della pastasciutta.

La discriminazione è anche questo, separare i poveri dai ricchi, colpire i più deboli. A noi sinceramente non ce ne frega niente di sapere perché i genitori non pagavano. Magari sono anche dei farabutti, ma questo non giustifica in alcun modo la discriminazione sulla pelle di una bambina. Avevamo già scritto di bravate simile al comune di Lodi (leggi qui). Non chiedetemelo neanche di che amministrazioni si tratta, sì, tutti leghisti, sempre. Quelli del principio che è più importante delle persone, quelli che se la prendono coi bambini, che per loro, essendo figli di immigrati, evidentemente bambini non sono, o non necessitano la cura che occorre per gli altri.

Per fortuna alla retta della bimba ha pensato il giocatore interista Antonio Candreva, che si sarà detto che a volte bisogna agire invece di chiacchierare.

La campagna di odio della Lega comincia però a mostrare le prime timide incrinature, perché la gente, piano piano, diventa consapevole che la propria situazione non sta cambiando di una virgola, che le promesse rimangono promesse, che le vanterie svaniscono come neve al sole, che l’ondata di sbarchi si conta in decine e centinaia, non in decine di migliaia. Quello di “prima i nostri” è uno dei peggiori slogan nella storia dell’umanità, perché truffa le persone, le separa, le mette le une contro le altre mentre i gerarchi si ingrassano.

Oggi per la prima volta i sondaggi danno la Lega in lieve calo. Solo un punto percentuale, ma è tanto in una narrazione in ascesa e vincente da mesi. Anche da noi, la Lega dei “troppi neri in nazionale” perde 4 punti e rotti.

La speranza è che la società civile abbia sempre di più la voglia di reagire a episodi del genere, come a Verona a Lodi o a Foligno dove un maestro razzista era stato sospeso dopo che le sue ordinarie storie di discriminazione erano state portate alla luce dei media (leggi qui).

Reagire, sempre, ovunque. E prima o poi tornerà il sole.

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