Dalla Brexit alla Swissexit

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La Brexit entra in stand by fino al prossimo autunno. Theresa May, costretta ad aspettare per sei ore in una saletta che la Commissione Europea decidesse del futuro del suo Paese, un Paese spaccato, senza un progetto e senza leaders attendibili. Tre anni dopo il referendum, il sogno azzardato dei populisti del Regno Unito si scontra con la dura realtà. Non è più un impero coloniale, dal punto di vista economico è uno dei tanti e politicamente è irrilevante nonostante per decenni abbia fatto da stampella agli Stati Uniti.

In questi tre anni i danni sono stati importanti: la sterlina inglese ha perso rispetto alle principali valute e anche rispetto all’euro, diverse aziende industriali come Bmw e Nissan hanno abbandonato l’isola o lo faranno a breve, il settore finanziario si è ridimensionato o lo sta per fare puntando su Francoforte, Parigi o Bruxelles.

E naturalmente vengono a galla tutte le fake news, come quella sui 350 milioni di sterline risparmiate a settimana e che sarebbero stati investiti nel settore sanitario. Insomma, le previsioni di Boris Johnson che assicurava che gli inglesi con la Brexit avrebbero avuto “la botte piena e l’uva sul filare” stanno evidenziando che l’uscita potrebbe comportare “nessuna uva sui filari e le botti vuote”. Naturalmente la colpa è dei burocrati di Bruxelles!

La realtà è un po’ più complessa. L’Unione Europea ha da subito fatto capire che l’uscita non sarebbe stata indolore ma i sostenitori della Brexit affermavano che erano solo minacce senza senso. Ma l’UE è una macchina complessa e potente, che ha imposto la sua posizione. Politicamente non poteva permettere che l’uscita fosse una semplice formalità perché avrebbe portato altri Paesi a seguire la stessa via e questo è oggettivamente inammissibile. Ma l’UE è anche una potenza economica che si situa a pieno titolo come contrappeso tra USA e Cina, che ha elargito aiuti economici miliardari che hanno permesso a molti Stati membri – soprattutto dell’est e del sud – di effettuare importati investimenti per rilanciare economie disastrate. Certamente ci sono molte cose che (ancora) non funzionano: una burocrazia esagerata, un eccessivo potere della Germania, la mancanza di una vera politica fiscale, una moneta unica ibrida. La UE ha però anche garantito 70 anni di pace, ha lanciato grandi progetti di ricerca e sviluppo, ha garantito la libera circolazione delle persone e delle merci.

La Brexit dovrebbe essere d’insegnamento anche per la Svizzera in vista degli accordi quadro in discussione. Partiamo da un dato semplice. Senza entrare troppo nel dettaglio delle cifre, il nostro commercio con l’UE rappresenta circa il 60% del totale, mentre per l’UE siamo un partner commerciale che incide per circa il 5%. Non c’è storia: l’UE può fare a meno di noi, ma il contrario sarebbe decisamente disastroso. La non ratifica degli accordi non significherebbe l’azzeramento degli scambi commerciali, ma diventerebbero più difficili e sicuramente ne risentirebbero.

Popolazione UE: 500 milioni, popolazione Svizzera: 8,5 milioni, più o meno come una grande città europea. I numeri non sono l’unico elemento di contrattazione e infatti la Commissione Europea ha accettato lunghe discussioni proprio perché la Svizzera è un partner la cui importanza va ben al di là dei semplici numeri non fosse che per la sua posizione centrale nei traffici continentali o per il suo ruolo di punta nei settori della ricerca e di innovazione.

D’altra parte, fanno bene i sindacati a pretendere maggiori garanzie sul lavoro o a insistere su altri punti centrali dei futuri accordi, ma bisogna essere coscienti che non è possibile percorrere la strada inglese, perché le conseguenze sarebbero disastrose e una Swissexit sarebbe ben peggiore della Brexit. Insomma, è necessaria una realpolitik, e abbandonare approcci demagogici che hanno come unico scopo – spesso con fake news – di rispondere a interessi politici di parte che non hanno a che vedere con i reali interessi del Paese.

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