Dalla notte più buia di Berlino, e d’Europa, arriva la voce di Sandor Marai

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Siamo nel 1924 ed in Germania sta accadendo quello che tutti sappiamo. L’uovo del serpente, il nascente nazismo, è sempre più riconoscibile. Siamo nel 1924 ed il grande Sandor Marai, lo scrittore ungherese che la casa editrice Adelphi (chapeau per sempre, e non solo per questo motivo!) ha fatto scoprire al mondo sul finire degli Anni Novanta, ha al suo attivo solo un paio di raccolte di poesie. E rompe il ghiaccio con un raccontino di un centinaio scarso di paginette: «Il macellaio».

In pratica si tratta della storia di Otto, figlio di un sellaio nato a dieci mesi e già munito di denti. La sua nascita costa la vita alla madre, sostituita da una balia piuttosto anonima. La vita di Otto, esordio a parte, scorre tranquilla e possiamo ben dire «nella norma». Almeno fino a quando, ed in modalità del tutto casuale, in compagnia del nonno assiste, su di una pubblica piazza, alla macellazione di una mucca. Nell’osservare la resistenza dell’animale quando arriva l’odore della morte e nella «freddezza ordinata» mostrata dal macellaio Otto ha una reazione atipica «Il luccichio della scure ed il grosso animale che stramazza a terra sono per lui fonte di una gioia trionfale». Tant’è che un paio di anni dopo, in un gioco da ragazzi, dietro sua proposta si gioca al «macellaio», ad una finzione di mattatoio ed una povera ragazza (la tonta del villaggio), a momenti ci lascia le penne perché dopo due colpi leggeri Otto ne sferra uno in grado di uccidere. La cosa viene messa a tacere e nulla accade fino alla giovinezza quando, grazie all’eredità del nonno, il nostro protagonista si trasferisce a Berlino. Il suo progetto è di aprire una macelleria ma l’urgenza della storia va da un’altra parte. In una osteria della capitale sempre più «Babylon» in compagnia del padre, ecco la folgorazione: il ritratto appeso in un’ osteria dell’imperatore. Che è, semplicemente, «l’ordine».

Parte soldato e, avvezzo ai coltelli, si affeziona alla baionetta. Non nuovo al respirare aria di morte si trova subito a suo agio in questo terribile contesto: «Non aveva una consapevolezza della vita, perciò non ne aveva pure della morte: non sapeva di essere vivo, e così non sarebbe mai stato capace di pensare di poter morire. Non aveva questi crucci.».

Se insistiamo sulla biografia del protagonista non è solo perché Sandor Marai sa esplorare l’abisso dell’uomo come nessuno ma anche perché nella storia di Otto (che di cognome fa Schwarz!) c’è la storia dell’Europa in uno dei suoi momenti più brutti. Tornando alla trama, alla fine della guerra (la prima mondiale) Otto non trova più terra ferma e cede, diventando … Bestia. Non ha più alcuna voglia di lavorare, gira per le osterie, cade in miseria e, soprattutto, ha una paura folle delle donne. Perché ? E chi lo sa? anche la follia (o il Male) non trova spiegazioni razionali e/o plausibili quando Otto è oramai diventato il Mostro. Uccide una donna, due … sette. Ed al processo, comunque pagato dall’erario (questa è l’ultimissima frase di Marai), neppure le perizie gli danno un aiuto. Perché il Mostro è … un essere umano come tanti altri. Un individuo ignaro di se stesso, al quale solo la penna di uno scrittore sommo come Sandor Marai, poteva dare le misteriose e insieme implacabili sembianze che, ancora oggi, lo rendono tragicamente attuale. Davvero una gran bella lettura.

«Il macellaio», 1924, di Sandor Marai, tr. Laura Sgarioto, ed Adelphi, 2019, pag 98. Euro 10,00.

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