Dall’odio alle stragi, a soli diciannove anni

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È sabato. Un tizio entra in una sinagoga dove si sta celebrando la Pasqua ebraica e inizia a sparacchiare all’impazzata con il suo fucile d’assalto semiautomatico. È successo due giorni fa a Poway, un sobborgo a nord di San Diego, in California. Erano le undici e trenta del mattino di sabato 27 aprile. A terra rimane una donna senza vita. Altre tre vengono ferite. È un copione già letto. Già letto o quasi. Perché il dettaglio più inquietante di tutta questa faccenda riguarda il presunto autore dell’attacco, arrestato poco dopo il suo gesto. È un ragazzotto di appena diciannove anni. Si chiama John Earnest.

Un agente in borghese che aveva notato il giovane armato di un fucile nei pressi della sinagoga prova a fermarlo, gli spara ma senza riuscire nel suo intento. John sale in auto e s’allontana dal luogo della sparatoria. Verrà arrestato poco dopo da un altro poliziotto al quale si consegnerà una volta uscito dall’auto con le mani alzate, facendo capire l’intenzione di volersi costituire. Solo dopo l’arresto l’agente noterà il fucile sul sedile del passeggero.

Le ragioni del suo gesto sono chiare di lì a poco. Alla pagina web di un suo profilo social, gli inquirenti leggono che odia gli ebrei, i musulmani, la gente di colore. John scrive anche che è antifemminista e, tra i suoi idoli, non può ovviamente mancare Adolf Hitler. Nella lettera online trovata e pubblicata poche ore prima dell’attacco, racconta di essersi ispirato alle stragi avvenute il mese scorso nelle due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, (leggi qui) e alla sparatoria in una sinagoga verificatasi ad ottobre a Pittsburgh. Si legge anche che Earnest, un mese fa, aveva provato ad appiccare un incendio in un’altra moschea.

L’unica nota positiva di tutta questa bruttissima storia è che, per un colpo di fortuna dettato dal caso, il suo fucile si sia inceppato poco dopo i primi sciagurati spari impedendo che il bilancio di morti e feriti fosse decisamente più grave. Donald Trump, con il suo immancabile tweet, ha definito la sparatoria di San Diego un “crimine d’odio” aggiungendo che “condanniamo con forza il male dell’antisemitismo e l’odio, che devono essere sconfitti”. Parole di rito, già dette e già sentite in altre occasioni simili. Parole il cui senso si svuota di fronte ai fatti.

Perché ad aver riempito la testa di John di spazzatura, fomentando l’odio raziale, religioso e di genere non è stato certo Babbo Natale. John che i campi di concentramento e la seconda guerra mondiale li ha visti solo in cartolina. John che l’11 settembre del 2001, quando venivano giù le Torri Gemelle, era un poppante. Eppure c’è un filo che sembra tenere insieme e legare tutto quanto. Un germe che ha infettato anche chi, ad appena diciannove anni, piuttosto che a progettare una strage dovrebbe forse concentrarsi su altro, costruendo il proprio futuro. Pensando alla vita.

E invece no. Tra i nostri figli c’è chi, come John, ha fatto dell’odio la sua ragione di vita. Ha deciso di uccidere. Condividendolo sui social. Alimentandolo come benzina con tutto l’odio prodotto in passato. Più o meno recente poco importa. Non fa differenza. Una scia di sangue e di dolore dalla quale non siamo riusciti a emanciparci, come se non ne fossimo capaci o peggio non volessimo farlo. Come nel caso della cattiva volontà di chi sulla contrapposizione “o noi, o loro” ha costruito il proprio consenso politico. Facendo delle stragi un mero problema contabile.

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