Del culto delle armi e di pistoleri social

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Che la Destra abbia il culto delle armi è ormai quasi un dato di fatto. E non si tratta, spesso, di un semplice interesse storico, o sportivo, come potrebbe essere quello per il tiro a segno o per l’evoluzione del fucile dall’archibugio ad oggi, su cui obiettivamente non c’è nulla da dire.

Quella che invece agita i pistoleri nostrani è una vera e propria adorazione rivolta al concetto di arma in sè, di strumento che, tenuto in mano e usato, serve ad uccidere. A leggere alcuni commenti, che si parli della votazione del 19 Maggio sulla limitazione del commercio d’armi in Svizzera, o della legge sulla legittima difesa in Italia, a volte nell’aria sembra risuonare, sinistro e inquietante, il credo di fuciliere in “Full Metal Jacket”, il folle mantra di Palla di Lardo:

“Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente; senza il mio fucile io sono niente. Debbo saper colpire il bersaglio, debbo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me, debbo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico ma solo pace, amen”.

Siamo oltre il già più che discutibile concetto di difendersi da presunti invasori o terroristi, magari insegnando già ai bambini a sparare, come proponeva Paolo Pamini, o, nella visione da cow boy sparalesto di Trump, armando i maestri (leggi qui). Qui si parla di sparare per difendere non già la propria vita, ma cose materiali, l’auto, il televisore, e via dicendo. In tutto questo, ovviamente, a gongolare sono le lobby delle armi, dalla NRA americana alla nostrana Pro Tell, a cui, poco dopo l’elezione ha aderito il “nostro” consigliere federale Ignazio Cassis. (leggi qui)

E a strizzare l’occhio ai produttori di fucili e pistole è anche Matteo Salvini, che dopo aver fatto passare la nuova legge sulla legittima difesa, si lascia immortalare, nel giorno di Pasqua, con in mano un mitra, lasciando (perché nessuno crede che non ne sapesse nulla) che il fido Morisi, capo dello staff della comunicazione, affidasse alla Rete la fotografia accompagnata da un messaggio dai toni minacciosi, con tanto di auguri di Buona Pasqua finali:

Vi siete accorti che fanno di tutto per gettare fango sulla Lega? Si avvicinano le Europee e se ne inventeranno di ogni per fermare il Capitano.

Ma noi siamo armati e dotati di elmetto!

Avanti tutta, Buona Pasqua!😉

Ecco, se già eravamo oltre prima, parlando di sparare per difendere l’automobile, qui siamo veramente al culmine non della follia, perché Morisi e Salvini sanno benissimo quello che fanno, ma della celebrazione della violenza armata, rivolta addirittura agli avversari politici. È una grottesca e farlocca sindrome da assedio che agita gli animi e prepara alla reazione violenta contro i soliti nemici immaginari di cui Salvini, con la destra tutta, ha sempre bisogno. Questo, mentre in Sri Lanka quasi 300 persone finivano macellate dall’odio etnico e religioso, lo stesso odio, al netto delle fedi diverse, di Luca Traini a Macerata e del suo emulatore a Christchurch in Nuova Zelanda.

Al di là del fatto che prima o poi qualcuno dovrebbe spiegare a Morisi che i profili social di un vicepremiere e capo di un ministero chiave non si gestiscono come quelli di Fedez o della Ferragni, o come un bambino di 10 anni, il messaggio che passa è gravissimo: non opponetevi alla Lega o useremo le armi. Un’intimidazione che definire fascista sembra ormai troppo poco, sulla quale Salvini non ha avuto di meglio da fare che minimizzare.

Le armi uccidono, punto. Non sono giocattoli da mostrare sorridenti, nè tanto meno la soluzione migliore per fare giustizia. E che lo dica l’Unione Europea o il comitato parrocchiale di Chiggiogna, occorre contrastare non l’interesse storico o sportivo, ma il culto destroide dell’arma in sé, restringerne il possesso, accertarsi che chi ne possiede una sia psicologicamente idoneo e consapevole dei rischi. Perché, e non scordiamocelo mai, per quanta fiducia possiamo avere nel popolo svizzero e nella sua rispettabilissima tradizione di tiro, una Columbine o una Parkland (leggi qui) sono sempre dietro l’angolo, e il caso dello studente della Commercio pronto a fare una strage alcuni mesi fa insegna.(leggi qui)

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