Il populismo e Il corpo delle donne

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Un maschio alla manifestazione transfemminista di Verona

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Insieme siam partite, insieme torneremo. Non una, non una di meno!”. La piazza davanti alla stazione di Verona Porta Nuova di colpo erompe in uno slogan gioioso e combattivo: è quello di “Non una di meno”, il gruppo femminista che oggi ha invaso la città insieme a migliaia, a decine di migliaia di donne (e uomini) da tutta Italia e di tantissime associazioni, sindacati, partiti, movimenti. Siamo appena arrivati in treno e ci troviamo davanti a un mare di bandiere arcobaleno illuminate da un sole splendente, di striscioni colorati, di cartelli con gli slogan più ironici e divertenti che io abbia mai letto in una manifestazione. Il fucsia regna ovunque: è parte della scanzonata ironia che accompagna il movimento. Il colore che un mondo dominato dal potere maschile associa alla donna diventa elemento di identità e strumento di riconoscimento e lotta.

Ma la cosa che mi colpisce di più è il suono di quelle voci che urlano all’unisono: sono in maggioranza voci femminili. Per uno abituato a manifestazioni dove a gridare sono i maschi, che di solito detengono anche il monopolio sui megafoni, è spiazzante. Ti guardi intorno e capisci che sei in un posto diverso, interessante, e che ci sei arrivato anche per metterti in discussione: qui non sono gli uomini a decidere della lotta mentre le compagne sono al ciclostile. No no.

Chiedo a mia moglie, un po’ preoccupato: “Scusa, ma quando ci sono degli slogan al femminile, cosa faccio? Urlo anch’io al femminile o li cambio al maschile? Perché nel primo caso mi approprierei di una identità che non è mia, mentre nel secondo maschilizzerei uno slogan che non può esserlo…”. Lei mi lancia uno sguardo un po’ impietosito e mi dice: “Vuoi che ti dica cosa devi fare? Stai zitto e lasci urlare noi”.

Mi salva dall’imbarazzo un altro slogan che parte all’improvviso, questo lo so: “fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”. Mi sgolo, do fiato alla mia rabbia. Il corteo transfemminista è iniziato.

Anche se però non si muove. C’è così tanta gente che prima di partire la coda del corteo deve aspettare più di un’ora. Quando noi siamo ancora a metà del percorso la testa sarà già arrivata da un bel po’.

Verona è bellissima sotto questo sole che picchia come fossimo in giugno: eppure non si può dire che sia accogliente. Le serrande di bar e negozi sono abbassate, peccato perché i pochi che tengono aperto sono sommersi da clienti. Nel corteo ci sono giovani e anziane, femministe storiche e adolescenti vestite di nero e fucsia, che urlano slogan infuocati contro il patriarcato, che a Verona ha tentato il coup de théatre, stufo com’era di agire in incognito.

Perché Verona è stata un laboratorio dell’estrema destra fin dagli anni del sindaco leghista Tosi e la due giorni del WCF (il World Congress of Families) ha sancito questo ruolo non solo in Italia ma anche in Europa. E’ infatti la prima volta che questo appuntamento annuale, lautamente finanziato dal Cremlino, che riunisce oltranzisti pro-life dagli Stati Uniti alla Russia, ostili ai diritti dei gay, contrari all’aborto, si svolge in un paese dell’Europa occidentale. Ed è la prima volta che tre ministri di una Repubblica democratica, una delle principali economie europee, l’Italia, danno al WCF la loro benedizione, così come gran parte delle gerarchie ecclesiastiche.

Di colpo quello che a molti potrebbe sembrare un innocuo incontro di personaggi superati dalla storia prende tutt’altro aspetto, molto più inquietante. Verona è stata per due giorni protagonista di un’offensiva politica che pone al centro il corpo della donna e il suo controllo. E attraverso di essa la messa in discussione, a cascata, di diritti che parevano acquisiti. Se sul tema dei migranti i governi di destra e populisti di tutto il continente si trovano d’accordo, lo stesso vale per il rifiuto dell’aborto e la condanna dell’omosessualità: la battaglia per l’autodeterminazione delle donne è diventata centrale per combattere l’ascesa delle destre, così come la lotta accanto ai migranti.

I fascioclericali hanno fatto male i loro conti però: i loro deliri medioevali hanno provocato un’esplosione di rabbia enorme, capace di spazzarli via con un gesto. La rabbia delle donne.

E quindi, da maschio, penso: lasciamo che siano loro a gridare. Noi ascoltiamo, e impariamo. E cerchiamo per lo meno di non essere più parte del problema.

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