Il sultano Erdogan comincia a tremare

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Domenica 31 marzo 2019 più di 57 milioni di turchi hanno votato per eleggere sindaci e consiglieri comunali; questa è la prima sconfitta alle amministrative per il presidente Recep Tayyeb Erdogan, il cui partito AKP ( Partito della Giustizia e dello Sviluppo) perde le grandi città della costa: Tekirdag, Yalova, Aidin, Hatay, Sinope, Antalya, e Mersin. Perde pure la capitale Ankara e la metropoli Istanbul: incredulo, il suo partito ha subito denunciato irregolarità e chiesto il riconteggio.

È un colpo duro perché il controllo delle amministrazioni è storicamente il cuore del successo dell’Islam politico, fatto di un attivismo che parte dal basso, di una socialità acchiappavoti e della distribuzione di appalti.

“Chi vince Istanbul vince tutta la Turchia” aveva azzardato l’onnipresente Erdogan sui media e durante i comizi a raffica nella città in cui aveva iniziato la carriera politica come sindaco, profezia che gli si è rivolta contro!

A Istanbul per 4 mila voti di differenza vince Ekrem Imamoglu del Partito Popolare Repubblicano (CHP); ad Ankara vince con il 50,9% dei voti un avvocato kemalista, Mansur Yavas, contro il fedelissimo del sultano.

La capitale turca, centro culturale ed economico del Paese torna dunque in mano ai repubblicani dopo 25 anni.

A livello nazionale il partito del presidente è ancora il primo partito con il 45% dei voti, e grazie al 6% ottenuta dagli alleati del MHP ( Partito del Movimento Nazionalista ), conquista la maggioranza assoluta, nonostante sia stato battuto su tutta la fascia mediterranea, ad Adana come ad Antalya, centri chiave per l’economia e per il turismo.

Anche i curdi si prendono molte città, compresa Dyarbakir. Per la prima volta nella storia turca un capoluogo di provincia, Tunceli, sarà guidato da un comunista del TKP (Partito Comunista Turco); va pure detto che in alcune zone della stessa area, come Sinark, a forte presenza curda, ha vinto l’AKP di Erdogan, grazie agli investimenti e alle costruzioni di importanti opere pubbliche.

Durante la campagna elettorale Erdogan si definiva “erede della sconfitta del califfo Al Baghdadi” e richiamava il suo elettorato alla difesa della patria e della tradizione religiosa della nazione, sventolando il massacro dei fedeli musulmani in Nuova Zelanda, sfruttando il fantasma dell’anti-islamismo; aveva promesso il ritorno di Santa Sofia, basilica cristiana di Costantinopoli trasformata da Ataturk in museo dal 1935, a essere moschea.

Come aveva sempre fatto nelle altre elezioni, il sultano aveva trasformato anche le amministrative di domenica in un referendum su se stesso, e si era impegnato in prima persona facendo più di 100 comizi per rinnovare la sua figura in quello che appariva un collaudo per prossimi 4 anni della sua presidenza, colpita nell’ultimo anno da una profonda crisi economica che ha visto il crollo della Lira, svalutata del 35% . L’inflazione turca galoppa oggi attorno al 20% e i prezzi continuano a crescere. La disoccupazione è al 12% e arriva fino al 30% nelle fasce giovanili. La crescita, scesa dal +7,6% al +2,5% in un anno, porta il Paese in recessione tecnica.

In altre parole, la crescita economica che negli anni passati è stata il cavallo vincente dei suoi governi, ora gli si ritorce contro per vari motivi, prima fra tutti la sua arroganza di padre padrone della nuova Turchia dalle mire neo ottomane.

Il consiglio d’Europa ha dichiarato di non essere pienamente convinto che attualmente in Turchia ci sia un ambiente elettorale libero e giusto. Ma la stessa UE è complice degli orrori di Erdogan sia per la repressione dell’opposizione, sia per aver finanziato, con 80 milioni di Euro, la costruzione di un muro alto 3 metri e lungo 900 chilometri ora divenuto un monumento imbarazzante per l’Europa dei diritti. I mezzi venduti ad Ankara sono stati impegnati nel massacro dei curdi ad Afrin e in Siria settentrionale, alleati dell’occidente nel combattere i terroristi jihadisti dell’ISIS.

Ora i nuovi sindaci eletti hanno una preziosa occasione per proporre un nuovo modello agli elettori, tra cui moltissimi giovani che non hanno conosciuto altro che l’AKP; ereditano tuttavia anche la difficoltà di gestire le grandi città in un momento di grande crisi economica e di ostilità, da parte di un governo noto per prosciugare le risorse alle amministrazioni nemiche.

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