La Lega barcolla ma non molla

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Li aspettavamo al varco, i leoni di carta del Mattino, quelli che se oggi non sono bambela con le orecchie d’asino, domani sono i Rom nei campi di concentramento. Li aspettavamo dopo lo scoppolone epocale che si sono presi alle elezioni.

Il titolo del Mattino di domenica è di una tenerezza infinita, anche il fotomontaggio della bandiera leghista stracciata e coi cerottini è veramente dolce.

NON MOLLEREMO!

Lega: la ripresa è possibile, ma serve autocritica (senza catastrofismi)

A parte l’ovvio sappiamo una cosa, la sana autocritica che gli altri partiti farebbero in un congresso o in un comitato, coinvolgendo così anche i propri elettori, si volgerà in un conclave a porte chiuse di gerarchi e colonnelli, che si toglieranno la pelle di dosso senza fare trapelare, come al solito, manco un fiato all’esterno. La disciplina leghista in questi frangenti è quasi ferrea.

La colpa di questa piccola Caporetto naturalmente rimane degli altri, dei media e dei sondaggi farlocchi, come a dire: abbiamo perso la partita perché il campo era bagnato. Certo, e per gli altri invece era asciutto.

Il Mattino dice che i mammasantissima della Lega devono ragionarci su senza catastrofismi, ma se andiamo a guardare le mere cifre, quella della Lega è proprio una catastrofe. Il movimento di Via Monte Boglia non ha perso bruscolini, ma decine di migliaia di voti. Anche i decantati Consiglieri di Stato, che hanno mantenuto la cadrega grazie all’UDC, non sono andati per niente alla grande. Norman Gobbi, il più votato, non solo è meno votato di quattro anni fa, ma vince solo perché Zali perde e non poco, passando da 83’307 voti a 66’689, perdendo 16’618 voti, il che equivale quasi esattamente al 20%.

Il Mattino ci dice che vabbè, manco ha fatto campagna, Zali, non è il suo stile. D’altronde a votare uno simpatico come una pigna nel sedere, che non ride mai e bofonchia continuamente è dura pure per la tifoseria leghista. Ci domandiamo come abbia fatto a essere il più votato quattro anni fa, visto che nemmeno lì aveva fatto campagna, forse perché c’era ancora l’effetto lungo del Nano e di Barra.

Ma vediamo la Lega, come partito, quanto ha perso: i dati del Gran Consiglio, che sono più reali, dicono 4 punti e mezzo. Quattro punti non sembrano così tanti, ma attenzione, in cosa si traducono? Lo sappiamo tutti, calcolino (che è anche meglio dei disegnini): i 5’002’375 voti del 2015, diventano 3’861’342 nel 2019. Un crollo del 23%. Questo significa che quasi un leghista su quattro ha abbandonato la nave.

Diciamocelo chiaro, una struttura come la Lega, abituata a un sistema verticistico, risente ora della mancanza del Nano. Gli altri gerarchi sono solo pallidi spaventapasseri al suo cospetto, personaggi a cui i leghisti hanno dato fiducia per quattro anni. Oggi il popolo della Lega non è più disposto a rinnovare l’abbonamento, è chiaro. Per la Lega, recuperare i fasti passati è oggi virtualmente impossibile, e deve rassegnarsi a non essere più la macchina da voti che era in passato.

Per cui fate pure tutte le autocritiche che volete, ma la ferita resta, ed è bella profonda. Attenti alle infezioni, è un attimo.

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