R.I.P. mia cara Terra

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C’è un recente rapporto sulla biodiversità, commissionato dall’Onu, che parla chiaro. Dei circa otto milioni di specie conosciute, uno è a rischio estinzione a causa delle attività umane. Milleottocento pagine per tre anni di lavoro che hanno visto confrontarsi centocinquanta studiosi provenienti da cinquanta nazioni diverse. Tutto questo sforzo scientifico per arrivare a un’unica sconfortante conclusione. Ci troviamo di fronte a una nuova allarmante estinzione di massa. Di fatto, già in atto.

Proprio come accadde duecento milioni di anni fa con i dinosauri. Allora il responsabile fu un meteorite dalle dimensioni piuttosto ragguardevoli che entrò malauguratamente in rotta di collisione con la Terra. Oggi quel meteorite si chiama capitalismo. Un modello di sviluppo economico che l’uomo ha stretto a sé in un abbraccio mortale. La fauna selvatica, dal 1970 a oggi, è diminuita del 60% e alcuni ecosistemi sono sull’orlo del collasso. A dirlo è l’ultimo rapporto del WWF.

Ovviamente tutti questi scenari non depongono certo a favore della speranza di vita del genere umano. L’uomo sta minando con le proprie mani il suo futuro su questo Pianeta. Ecco perché in questi giorni a Parigi, i delegati di 132 paesi si sono riuniti per discuterne e stilare delle linee guida che poi si spera siano fatte proprie dai governanti del Pianeta. È una prima mondiale, ma questo non significa che la cosa ci debba rallegrare. Anzi.

Di esempi, in passato, di allarmi che riguardano lo stato di salute della Terra, lanciati e mai davvero presi sul serio se ne contano a bizzeffe.  L’agricoltura industriale, il settore che il rapporto ritiene essere il maggior responsabile dell’estinzione di specie e della perdita di biodiversità a livello globale si fonda su principi meramente capitalistici, secondo cui solo le specie che hanno un valore economico contano davvero. Tutto ruota attorno alla produttività e al profitto, ignorando qualsiasi conseguenza che questo tipo di ragionamento implica. A partire, per esempio, dall’inquinamento prodotto.

Una logica che porta a un paradosso. La vera follia è che il capitalismo, considera senza alcun valore la maggior parte della vita del nostro Pianeta, a meno che non sia spendibile, vendibile, monetizzabile. Negli ultimi 30 anni l’Amazzonia ha perso il 18% della sua foresta. Il ministro dell’Ambiente brasiliano, di fronte a questo dato e alle critiche degli ambientalisti mosse all’attuale governo di Jair Bolsonaro, ha ribattuto affermando che “il Brasile è un esempio di sostenibilità” ma anche che “il problema ambientale brasiliano è nelle città, non nelle campagne“. Sì, perché il problema è sempre altrove. Di qualcun altro. O peggio non esiste. Perché qualcuno lo ha montato ad arte per vendere viaggi su Marte. E intanto casa nostra sta andando a fuoco, la Terra muore, e noi con lei.

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