Requiem per una Libia indipendente

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Da diversi giorni la Libia è piombata nel caos. Le comunità internazionali insistono affinchè L’ONU intervenga a mediare una crisi ormai divenuta un vero e proprio conflitto armato tra il premier Fayez Al Serraj, internazionalmente riconosciuto, e il generale Khalifa Haftar.

I due si erano incontrati alla fine dello scorso febbraio negli Emirati Arabi Uniti, al fine di raggiungere un accordo sulle elezioni, come unico strumento atto a mantenere l’unità del Paese e porre fine alla fase transitoria.

Come si è arrivati a questa situazione?

Ricordiamo che la popolazione libica è divisa in tre etnie, arabi, berberi e tuareg, raggruppati in 140 tra tribù e clan.

Dopo l’uccisione di Gheddafi, nell’ottobre del 2011, venne a crearsi uno scontro tra varie forze tribali, le milizie locali e quelle jihadiste di Al Qaeda. Durante questi tumulti emerge la figura di Khalifa Haftar; personaggio che aveva preso parte al colpo di stato che aveva portato al potere Gheddafi nel 1969. In seguito Haftar prese le distanze dal leader passando all’opposizione e prendendo parte nel 1990 a un fallito golpe contro Gheddafi sostenuto dalla CIA. Haftar fugge poi negli USA e si trasferisce in Virginia diventando cittadino statunitense.

Haftar torna in Libia dopo la morte di Gheddafi e si manifesta nel 2014 come protettore del Paese creando l’Esercito Nazionale Libico (LNA). Con i soldi degli Emirati Arabi Uniti, il supporto egiziano, forniture russe e il sostegno delle forze speciali francesi, sconfigge progressivamente le varie bande e milizie islamiche, prende il controllo di Bengasi e di tutta la regione orientale della Cirenaica.

L’ovest del Paese, compresa la capitale Tripoli, rimane invece sotto il controllo di varie famiglie tribali, clan e tribù, ciascuna con la propria milizia, a sostegno di un simbolico governo di Accordo Nazionale, guidato da Al Serraj e riconosciuto dall’ONU.

Negli ultimi dieci giorni la LNA ha preso il controllo della Sirte, nel nord, sede di un giacimento petrolifero che produce 300’000 barili di petrolio al giorno.

Il generale Haftar ha lanciato l’offensiva militare con il supporto dei suoi sostenitori esteri, allo scopo di prendere possesso della capitale. Alla luce di questi sviluppi, la conferenza nazionale promossa dall’ONU per trovare una soluzione alla crisi libica appare sempre più traballante. Il Paese rischia di abbandonare definitivamente la strada di una soluzione politica, con la prospettiva di restare in balia delle armi per diversi anni.

Alla luce di tutto questo, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima la presenza in Libia di 630’000 migranti, 430’000 dei quali provenienti dall’area subsahariana; e presume che di questi, circa 200’000 si dirigeranno verso l’Europa.

Il governo gialloverde italiano anziché prendere atto della difficile situazione libica e dell’emergenza umanitaria a cui sta andando incontro, si ostina a ritenere il Paese nordafricano un porto sicuro, nonostante le notizie di campi profughi allo sbando dove non viene più garantito nemmeno il vettovagliamento.

La UE ha invece sottolineato: “Non consideriamo la Libia un porto sicuro, migranti e rifugiati soccorsi non devono essere riportati indietro” e continua “rimane una priorità per noi portarli fuori dalla detenzione”.

Proprio a causa dei recenti scontri intorno alla capitale, nel centro di detenzione Quaser Bin Ghashir, vicino a Tripoli, circa 800 migranti sono da giorni senza cibo e elettricità, tra questi oltre 100 bambini e donne incinte. Alcuni soldati hanno promesso di evacuare queste persone trasferendole in un posto sicuro, come riporta la BBC, ma il loro unico obiettivo è quello di venderli al miglior offerente.

Salvini, che non ha voluto i 64 migranti che si trovavano sulla nave Alan Kurdi, dicendo che dovevano essere riportati nel “porto sicuro” libico, si trova in un’empasse. Continuare a insistere che la Libia è sicura, va ormai contro ogni logica. Infatti, se per il governo italiano e Salvini il Paese è tranquillo, perché allora la Farnesina ha disposto l’evacuazione di tutto il personale ENI per motivi di sicurezza?

Nel frattempo a Bengasi i predicatori wahabiti, addestrati in Arabia Saudita, hanno sostituito tutti gli imam delle moschee, allo scopo di sostituire la cultura locale con quella di stile saudita, mentre gli sgherri dell’ISIS hanno assaltato il villaggio di Al Fuqaha e assassinato il sindaco del villaggio.

Un ginepraio ormai conosciuto per il martoriato Medio Oriente, dove le grandi potenze occidentali, continuano a giocare a scacchi sacrificando le pedine libiche

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