Ricordando i fiori dei partigiani caduti

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Il 25 aprile, data simbolica della liberazione d’Italia dal nazifascismo, è una celebrazione che fa molto discutere. Sono molti i fattori che vengono criticati, soprattutto da ampie fasce politiche della Destra. Viene messa in discussione l’efficacia del partigianato nell’effettivo debellamento della Repubblica Sociale, così come il ruolo di liberatori ed eroi spesso associato alla figura dei ribelli della montagna, da alcuni visti invece come niente meno che tagliagole comunisti. Allo stesso modo, vi è chi considera il 25 aprile non come il coronamento di una rinascita istituzionale italiana antifascista, ma come la finale e totale occupazione della penisola da parte degli invasori anglo-americani e relativi alleati.

Premetto che per parlare di un tema come quello della Resistenza in Italia non basterebbe un libro, figuriamoci un articolo. Tuttavia, la questione è troppo importante perché se ne taccia, soprattutto col clima politico revisionista che ha già dato i suoi frutti in Polonia e in Ungheria che, assieme all’Italia, attualmente condividono atteggiamenti ideologici simili. L’articolo sarà incentrato sulle seguenti questioni, in modo tale che si possa fare una panoramica generale di quello che fu il movimento partigiano dell’epoca e allo stesso tempo dare una risposta alle accuse mosse nei confronti dello stesso in questo periodo: composizione e azioni delle bande partigiane, utilità materiale e non della Resistenza e rapporto con gli Alleati.

Il movimento partigiano italiano iniziò ad assumere una consistenza sempre più significativa dopo l’8 settembre 1943, giorno in cui il governo Badoglio annunciava l’armistizio con gli Alleati e i tedeschi piombavano ferocemente sui reparti esterrefatti del Regio Esercito. Molti di coloro che si unirono alle prime bande partigiane, di cui si hanno già le prime sporadiche tracce dal 25 luglio dello stesso anno, sono fuggitivi delle varie armate catturate dai nazisti oppure renitenti alla leva obbligatoria instaurata di lì a poco dalla neonata Repubblica Sociale Italiana, fondata inizialmente nel nord e centro Italia (priva però di Venezia-Giulia e Trentino Alto-Adige, annessi dal Reich). In seguito affluiranno gli antifascisti italiani che da tempo anelavano ad un cambio di paradigma, ma che solo da quel momento ebbero la concreta occasione di sollevarsi contro il regime indebolito, che prima li avrebbe schiacciati facilmente e repentinamente, assieme a coloro che col passare degli anni si erano persuasi dell’errore che era stato l’appoggio al Duce.

Non tutti i partigiani furono da subito ideologicamente antifascisti, processo che sarebbe avvenuto in tempi diversi a seconda dei singoli, traendo esperienza da ciò che videro e vissero, ma compresero che la dittatura aveva fallito e che il suo uso della forza per mantenere il potere era sbagliato, un crimine ingiusto che stava opprimendo con la minaccia le regioni non ancora in mano Alleata. La composizione delle truppe è molto eterogenea per tutto il conflitto, con elementi di vari ceti sociali e di tutte le professioni. Col tempo, le brigate Garibaldi, comuniste, saranno in numero preponderante rispetto alle altre, ma non mancheranno nemmeno quelle di tutti gli altri orientamenti politici: monarchici, cattolici, liberali, anarchici. Non è nemmeno vero che all’interno delle stesse vi fossero sempre elementi ideologicamente schierati come tutti gli altri. Poteva tranquillamente accadere che un liberale finisse tra i garibaldini o che un comunista fosse inglobato negli “azzurri”, detti anche “badogliani”, per il semplice fatto di essersi imbattuto prima nell’una o l’altra brigata. Si può affermare in sostanza che, sebbene socialisti e comunisti rappresentassero la maggioranza dei ribelli in Italia – ma in realtà anche nel resto d’Europa – di certo non furono gli unici attori nella guerra partigiana contro il nazifascismo.

In merito ai crimini di guerra commessi dai partigiani, di cui sono a più riprese accusati, non si può dire che non ve ne furono. Come spesso accade nell’anarchia della guerra, dei territori franchi, non vi è nessuna forza in grado di disciplinare sempre i combattenti. Vi furono omicidi legati a vendette personali di singoli individui, giustificati con accuse di fascismo o collaborazionismo, e a volte saccheggi di case o magazzini. Nel primo caso, non vi è giustificazione, naturalmente, e sono atti da condannare sempre. Per il secondo caso è possibile invece capire, pur senza accettare, la situazione difficile degli approvvigionamenti dei ribelli, che spesso erano costretti a prendere coercitivamente ciò di cui avevano bisogno per sostentarsi quando la popolazione locale sentiva di aver già donato abbastanza. È ovvio invece che lo sciacallaggio non sussistenziale non troverà mai né comprensione né pietà. Quindi sì, i partigiani commisero a volte crimini ingiustificabili, ma non per questo va condannato un intero movimento popolare, che si dissanguò per tentare di liberare porzioni d’Italia dal dominio fascista.

A livello quantitativo, fattore chiamato in causa o escluso a seconda dei vantaggi che ne traggono le varie forze politiche, ma che comunque ha un suo peso, e qualitativo le rappresaglie organizzate da repubblicani e tedeschi furono notevolmente più terribili. Non di rado si massacravano popolazioni di interi villaggi, che venivano poi dati alle fiamme, a causa dell’uccisione di alcuni dei loro, con una ferocia e disinvoltura spaventosa. Dunque è importante prendere atto che il partigianato non fu un’esperienza bellica immacolata, senza macchia, e che perciò, come per altre ragioni che fra poco vedremo, non va esaltato, mitizzato oltremisura, ma apprezzato per ciò che in concreto fece sia materialmente sia a livello morale.

Da un punto di vista teorico, l’Italia fu effettivamente occupata dalle forze Alleate, che misero saldamente piede nel Paese dopo lo sbarco in Sicilia del luglio 1943. Sempre stando alla teoria, va detto che però il governo monarchico di Badoglio, dopo essersi arreso agli anglo-americani, era stato riconosciuto come temporaneamente legittimo, visto che il popolo italiano si sarebbe potuto democraticamente esprimere solo nel dopoguerra (col referendum Monarchia-Repubblica del 1946). Quindi lo status degli anglo-americani non era più quello di nemici invasori, ma di alleati. Da una prospettiva più pratica, è lecito pensare che, amici o meno, l’Italia rimase occupata, sotto l’influenza britannica e americana. D’altronde, sebbene la Resistenza abbia contribuito notevolmente a riabilitare parzialmente la posizione dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, per ben quattro anni di guerra Mussolini aveva mosso i suoi eserciti assieme ad Hitler e di conseguenza sarebbe stato impossibile e irragionevole aspettarsi che la nazione uscisse illesa, assolta da una guerra tanto catastrofica.

Ritengo che però sia sbagliato associare il 25 aprile ad una conquista nemica dell’Italia. Certamente gli Alleati commisero crimini di guerra contro la popolazione, i peggiori probabilmente con gli stupri in Ciociaria inflitti in larga misura dalle forze francesi, per cui avrebbero dovuto essere condannati e perseguiti, ma non fu solo questo l’entrata degli anglo-americani in Italia. Soprattutto nel dopoguerra vi fu un grandissimo contributo americano alla ricostruzione del Paese per mezzo del Piano Marshall, a cui poterono accedere praticamente tutte le nazioni europee che non erano ancora state inglobate nella sfera d’influenza sovietica. A differenza dei territori del blocco orientale, l’Italia avrebbe vissuto, a distanza di pochi anni dalla fine del conflitto, un’esplosione economica e demografica che sarebbe stata impossibile senza il contributo degli statunitensi. Perciò, se da un lato l’occupazione d’Italia fu inevitabile, talvolta con vittime innocenti, dall’altro non si può negare che i vincitori aiutarono molto il Paese a riprendersi negli anni successivi. Vi è un notevole distacco rispetto a come agirono i nazifascisti nei territori conquistati in guerra o il governo sovietico in Europa Orientale.

Sull’utilità materiale dei partigiani nella liberazione d’Italia non ci sono dubbi. Alla conferenza di Potsdam, l’ultima di quelle che avrebbe dato nuova forma al mondo post-nazifascista, è stato messo nero su bianco come effettivamente l’Italia antifascista diede contributi materiali nella sconfitta del Terzo Reich, liberandosi innanzitutto della propria autocrazia fascista e compiendo i passi necessari per dare un assetto democratico al Paese intero. Inoltre i partigiani riuscirono, in tempi e durate differenti, a porre sotto il proprio controllo alcune piccole, ma intere, regioni: le Langhe, l’Ossola e l’Oltrepò. Gli Alleati fornirono, entro le loro capacità, armi ed equipaggiamenti vari alle diverse formazioni in Nord Italia, dopo un’attenta analisi, in principio scettici dell’efficacia dei ribelli italiani, ma convinti nel corso del 1944 del loro valore strategico. I partigiani furono importanti soprattutto per la minaccia che costituivano per le linee di comunicazione e approvvigionamento nemico. Se fossero stati totalmente superflui, come oggi alcuni sostengono, i repubblicani e i tedeschi non avrebbero scatenato quell’enorme ondata di rastrellamenti che venne lanciata sul finire del penultimo anno di guerra, durante la quale l’integrità del movimento fu messa a rischio e poi ripristinata nel gennaio dell’anno seguente.

A prescindere però dalla capacità bellica della Resistenza italiana, ciò che forse è più significativo constatare è il grande sollevamento morale, etico che si ebbe nei confronti del fascismo. Era praticamente dall’omicidio Matteotti che non si avevano più grandi dimostrazioni di dissenso sotto il regime del Duce. Ci è voluta la guerra prima che i dissidenti potessero rialzare la testa e che una parte del popolo comprendesse appieno la portata di violenza e sofferenza di cui il fascismo era latore. Mussolini aveva mandato allo sbaraglio i suoi soldati, facendoli massacrare in ogni parte del mondo, dalla Francia alla lontanissima Russia, accecato da ambizioni di conquiste e potere che mai avrebbe potuto ottenere, stando a come era messo il suo Stato in termini militari, economici e demografici. Il popolo italiano era stato straziato in pace dalla severa autarchia, in guerra dalle armi del nemico.

Quando la Repubblica di Salò arrivò ad imporre poliziescamente la propria autorità ancora una volta su una parte d’Italia, dopo che ogni illusione verso le promesse fatte dai fascisti era ormai svanita, vi fu chi rimase in uno stato di passiva acquiescenza, troppo timoroso di agire (o incapace per altre laterali ragioni), ma allo stesso tempo in tacito supporto degli Alleati, e chi invece prese le armi. Gli scioperi di Torino e Milano furono la dimostrazione di come anche il ceto operaio coercitivamente messo al lavoro, un tempo tenuto sotto controllo dal corporativismo fascista e dalle squadracce, non riconoscesse affatto la legittimità di quella Repubblica che si proclamava “sociale”. I giovani italiani avevano realizzato di essere di fronte ad un’opportunità storica, irripetibile: la vittoria Alleata era ormai certa, ma, invece di rimanere in passiva attesa, sarebbero potuti insorgere per dimostrare al mondo intero che non tutti gl’italiani s’identificavano con quell’ideologia razzista e ultranazionalista partorita nella loro stessa nazione. Entrare nella Resistenza e combattere non significava guadagnarsi da soli la liberazione, che sarebbe stata infattibile con le sole armi partigiane contro quelle unite di nazisti e fascisti, ma meritarsela.

È a questo che bisognerebbe pensare quando si parla del 25 aprile, ovvero come al giorno in cui gl’italiani raggiunsero la propria liberazione dal fascismo, sanguinario verso ogni forma di dissenso ed intollerante verso tutto ciò che non era in linea coi valori del partito, dopo lunghi sforzi per meritarsi moralmente quel traguardo. È giusto evitare di mitizzare la Resistenza, com’è stato fatto in passato anche per cercare di dimenticare il ventennio e costruire una più salda unità nazionale, elevandola a simbolo di un esercito di eroi senza macchia e senza paura che da soli avevano sconfitto le forze di Hitler e Mussolini sul suolo patrio. Com’è noto, le cose non andarono così e una narrazione dei fatti simile non rafforza l’idea antifascista, ma, al contrario, la svilisce e non rende giustizia ai caduti. Allo stesso modo, è intollerabile parlare della guerra civile italiana come di un “derby tra fascisti e comunisti” e della Resistenza come di un unico branco di assassini e criminali. Il movimento partigiano ebbe i suoi lati oscuri, ma fu soprattutto una risposta patriottica e antifascista all’autocrazia opprimente, liberticida che schiacciava il Paese, grazie alla quale molti italiani poterono riabilitare il proprio onore.

Niente va dimenticato di cosa accadde in Italia e nel mondo, al fine di evitare che quanto dice il partigiano Johnny nell’omonimo libro di Beppe Fenoglio, riconosciuto dalla critica come uno degli scritti che meglio e più oggettivamente interpretò la parabola partigiana peninsulare, non si avveri, ovvero che “per la stessa natura del popolo italiano la lezione non verrà raccolta”. Il 25 aprile è oggi una celebrazione italiana, ma non vedo perché non possa essere, almeno in parte, internazionale come è diventata “Bella ciao”, una delle tante canzoni partigiane, conosciuta in tutto il mondo per il suo testo di libertà. L’opposizione al razzismo, la xenofobia, l’ultranazionalismo, il genocidio e altre forme di oppressione non hanno colore né bandiera, se non quella dell’umanità unita.

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