Se non in mare si muore nei campi

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In sei anni sono morti 1500 migranti, braccianti sfruttati manco fossero schiavi e fatti vivere in condizioni da girone dantesco in baraccopoli disumane. A denunciarlo è il British Medical Journal, una delle riviste mediche generaliste più autorevoli al mondo. In un articolo appena pubblicato si rimarca come le morti registrate finora sono perlopiù strettamente connesse alle inaccettabili condizioni di vita nelle quali questi esseri umani sono costretti a vivere.

L’appello lanciato dalle colonne del settimanale inglese è semplice. Almeno a dirsi. Fermare lo sfruttamento dei migranti che lavorano nel settore agricolo pagati una vera miseria. Appena 12 euro per 8 ore di duro lavoro nei campi. Una forma di nuova schiavitù, evidentemente tollerata, che, in Italia, consente di produrre pomodori a basso prezzo pronti a finire sulle tavole di tutto il mondo tutto l’anno.

È la realtà tristemente famosa dei ghetti come quello di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, dove prima che venisse sgomberato vivevano in condizioni igieniche e sanitare allucinanti più di 1500 migranti. Senz’acqua né servizi igienici. Un accampamento nel quale, lo scorso inverno, alcuni di loro sono morti bruciati nei roghi divampati nella notte nel tentativo di scaldarsi alla bell’e meglio. Per non morire di freddo.

Una baraccopoli che è stata rasa al suolo dalle ruspe, scortate da polizia e carabinieri in tenuta antisommossa a circoscrivere il perimetro delle operazioni di sgombero. Così, al posto delle baracche, per fronteggiare l’emergenza e alloggiare gli sfollati sono state montate delle tende. Ma l’unica vera soluzione sarebbe quella di garantire a questi braccianti dei contratti regolari e un’integrazione abitativa. Peccato che a questi diritti finora negati e alle vittime dovute a una vita condotta al limite dell’umano, vanno aggiunte quelle uccise dal caporalato.

Unico spiraglio di umanità il fatto che, non avendo accesso al servizio sanitario di base, dal 2015, a sopperire a questa mancanza c’è un Ong medica. In collaborazione con altre istituzioni locali, assicura un aiuto medico a questo popolo di migranti – sono circa 100’000 anime – sparso per tutta la penisola italiana in una settantina di baraccopoli.

“Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi – scrive il British Medical Journal nel suo articolo – ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi cura e dare voce a queste persone ‘mute’. Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il razzismo e l’egoismo, in qualsiasi forma si presenti”.

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