Solidali col collega Mattia Sacchi

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Con Mattia Sacchi non sono sempre state rose e fiori, anzi, quando era caporedattore (e redattore unico) del Mattinonline, testata prestigiosa di cui era a capo Boris Bignasca, giravano badilate nei denti.

Domenica sul Mattino cartaceo, si torna a parlare dell’assoluzione, su denuncia di Bertoli, dell’ex redattore Sacchi, oggi passato alla redazione di Ticinonews. Naturalmente il vile Bertoli viene sbertucciato perché ha deciso di fare ricorso, ma non è questo che ci interessa.

Ciò che ci interessa sono i cinguettii dei merli, o cani pei o zii Bill, insomma, quelle voci persistenti e delatorie che riportano un po’ il campanile al centro del villaggio e vi spiegano perché solidarizziamo con Sacchi contro ogni logica.

Perché in realtà, Sacchi è stato imputato semplicemente perché il responsabile della testata Bignasca lo ha abbandonato come la zavorra di una mongolfiera.

I fatti. Qualche anno fa la pagina del Mattinonline andava a gonfie vele: articoli anti migranti o sulle zecche rosse attiravano come mosche una serie di internauti farabutti che la metà bastavano per un sabba fascista.

Il problema è che i commenti sotto gli articoli erano incontrollabili e incontrollati: insulti, minacce di morte e tutta una serie di simpatici improperi nei confronti della sinistra, dei buonisti e del ministro Bertoli. Dopo l’ennesima minaccia esasperata, Bertoli decide di denunciare. Diverse teste di babbuini urlanti finiscono sotto le spazzette della giustizia dove vengono condannati. Insieme al mucchio selvaggio, vengono anche tirati in causa Sacchi e Bignasca.

Da nostre informazioni, Sacchi, lasciato solo a gestire il Mattinonline e supponiamo parte del Mattino cartaceo, non riesce a seguire tutti gli articoli e i relativi commenti. Nemmeno lo fa Bignasca, che a dire il vero dubitiamo abbia mai fatto un fico secco a parte poggiare le chiappe sugli scranni del parlamento per ereditarietà acquisita.

Bignasca allora scarica tutta la responsabilità dei commenti sul povero Sacchi. Sarebbe come se Pontiggia, al Corriere del Ticino, scaricasse Righinetti per dei commenti ad un suo articolo sul Corriere Online. Impensabile.

Ma perché Boris ha fatto questo? Semplice, perché aveva ancora sul gobbo una precedente denuncia con la condizionale, condizionale che sarebbe caduta se ricondannato, lasciandolo a sedere scoperto, essendo il periodo di sospensione condizionale per reati lievi di due anni. Questo gli sarebbe costato una pena più severa.

Detto questo, il giudice Siro Quadri ha assolto Sacchi per l’impossibilità di quest’ultimo di verificare preventivamente i commenti incriminati. Non esistono infatti filtri, sulle Pagine Facebook, che sottopongano direttamente all’amministratore della pagina i commenti sotto un post prima di mandarli online, in modo che si possano eliminare i peggiori senza che vengano visti (è possibile infatti farlo solo con i post inviati direttamente sulla Pagina)

Insomma, poro Sacchi, cornuto e mazziato. A questa assoluzione, non necessariamente, in seconda istanza, verrà data conferma. La legge è molto nebulosa per quanto riguarda i reati su internet. L’unica certezza è che se questo accadrà, Boris sarà ancor in parlamento a sfregarsi le mani alla faccia di Sacchi.

La redazione di GAS coglie perciò l’occasione per dare la sua solidarietà al collega Mattia Sacchi, che seppur severo antagonista, è stato pure lui indirettamente vittima del trogolo leghista.

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