Tignate, quello scemo d’un lavapiatti

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Ma quanto siamo imbecilli a commuoverci per queste storie? Cos’abbiamo in ‘sta testa, che ci chiama e ci strizza e ci obbliga a sgranare gli occhi, che ci fa salire i lucciconi perché a volte il mondo è così bello da provocarci turbamento?

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Quanto siamo imbecilli a struggerci per la storia di un lavapiatti del Ghana, Tignate Kajo, un ventisettenne che lavora da anni con regolare contratto in Italia. Tignate vive presso una famiglia nel Riminese. Sandra, la signora che lo accoglie e che lo aiuta con la gestione del denaro si era domandata come mai sul conto di quel ragazzone, il conto su cui negli anni e con parsimonia aveva versato i risparmi, non ci fosse più un centesimo.

Preoccupata, si è rivolta a Tignate e la risposta l’ha lasciata di sasso. Sì, non c’era più un soldo su quel conto, perché Tignane li aveva spediti a un suo amico fraterno nel Ghana, Sootey Tirbantey, che si era appena laureato dottore. Sootey lo aveva abbracciato alla partenza cinque anni prima. Fai fortuna, fratello, vivi bene, e non dimenticarci, gli ha detto probabilmente. Quegli 8’000 euro risparmiati, lavorando nelle cucine, sgrassando piatti e impilando stoviglie, sono stati usati per costruire un piccolo ospedale al suo villaggio. Un ospedale che si occuperà soprattutto di bambini.

Perché Tignate in questi cinque anni non si è dimenticato e ha legato un piccolo filo ai suoi pensieri, un filo che lo riportava ogni notte nella pianura, attraverso la boscaglia intorno alla città di Techimane, tra sterrati di laterite e tetti marroni di lamiera. Quel filo nella notte lo portava sulla Wenchi-Techimane, e se si guardava intorno, vedeva gli edifici bassi, la GTBank Ghana, la stazione di servizio della Shell, la cooperativa Abosomankotere e la chiesa pentecostale. Poi deviava per le stradicciole fino a casa sua e a quella di Sootey, lì accanto. Due case vicine, due amici cresciuti insieme spiando attraverso lo steccato dell’Oheme Ameway Stadium.

Che scemo. Poteva tenerseli quei soldi. Poteva comprarsi qualcosa per fare il figo, dei bei vestiti per uscire nelle serate libere, un orologio costoso da sfoggiare con gli amici e le ragazze, una motoretta…e invece no. Doveva mandarli al suo paese, la cittadina di Techiman, perché Sootey potesse curare la sua gente. Scemo sei, proprio scemo.

E mentre lo dico quei lucciconi tornano perché mi fanno vergognare, io che ho molto di più di lui e mi sento generoso, eppure al suo confronto sono minuscolo e avaro. Attaccato ai miei soldi perché, insomma, li ho guadagnati, mica crescono sugli alberi, i soldi.

Anche Tignate li ha guadagnati, ma lui, nel potere della moneta, vede una forza diversa dalla nostra. Una forza che costruisce legami, affetto, speranza, dove noi compriamo solo oggetti e benessere. E allora grazie davvero, scemo. Grazie per averci fatto capire ancora una volta che gli scemi siamo noi e che di grande ci può essere anche un lavapiatti del Ghana. Perché le cose più belle, come dice il mio anziano vicino, sono gratis, e noi dobbiamo solo ammirarle.

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